Le pipe d’autore piacciono anche ai cinesi

L'azienda artigiana Santambrogio ha un secolo di vita. Tre generazioni di mastri pipai dal 1912 tengono alto il nome del Made in Italy nel mondo. Stefano Santambrogio: «Mantenere i propri standard qualitativi porta buoni frutti»

Riconoscimenti dalla Camera di Commercio di Varese, il premio “Grande della pipa italiana 2012” dal portale www.fumarelapipa.com, socio onorario del “Club Amigos de la Pipa de Madrid”. E cent’anni di attività: tre generazioni di mastri pipai Santambrogio. A Groppello di Gavirate, Stefano – questo era anche il nome del nonno, fondatore dell’attività nel 1912 e nel tempo realtà di 130 dipendenti con una produzione di migliaia di pezzi al giorno – lavora seguendo le regole dell’antico artigianato. Le mani l’abilità e il tempo prima di tutto. Anche quelle di sua moglie Sara, che lo affianca nella finitura.

Come ci si sente a compiere “cent’anni”?
«Direi bene. Per l’occasione abbiamo pensato a “La centenaria”, un modello di pipa elegante ma classico, perché i pipemakers Santambrogio sono nati nel classico e sono stati premiati anche per quello».

Uno stile che ha scoperto anche il mercato cinese: come?

«Un semplice contatto circa quattro anni fa; oggi lavoriamo con un distributore a Shangai e uno a Pechino. Quello cinese è un mercato curioso e il Made in Italy, soprattutto in Oriente, è riconosciuto e apprezzato. Il primo ordine è stato di poco più di 20 pipe. E tutte particolari: il mio lavoro è fatto soprattutto di proposte e idee. Ogni pezzo è – quasi – unico. Realizzo piccole serie di pipe che poi vengono ultimate lavorando su dettagli e personalizzazioni elementi che fanno la differenza».

Il particolare fa la pipa?

«E anche il pipemaker. Dopo mio nonno, l’impresa passò a mio padre Renzo e allo zio Armando. I dipendenti scesero a settanta e di conseguenza ci fu un calo di produzione. Cambiare il target di vendita è sempre stato complicato: il nonno esportava in Europa ma soprattutto nelle allora colonie britanniche, Sudafrica, Australia, India. Gli ordini erano addirittura per “grossa”, unità di misura ufficiale. Una grossa equivale a dodici dozzine di pezzi. A volte dall’America arrivava l’ordine per 500/600 “grosse”. Dopo gli anni Cinquanta cambiò tutto…».

Le sigarette, vero?

«La pipa era considerata, in quegli anni, al pari di un qualsiasi oggetto da fumo. Negli anni Settanta arriva la prima, grande crisi. A sedici anni entro in azienda e nel frattempo, la sera, studio meccanica all’Istituto tecnico di Varese. Negli anni Ottanta inizio a ragionare su una diversa riconsiderazione della pipa: prodotto qualificato, di nicchia, di pregio. Insomma, che nasce dalla specializzazione».

E qui la vocazione artigianale…
«Prende il sopravvento. Lavoro ad un prodotto che abbia una sua, forte, identità. Che sia di un livello superiore, che possa soddisfare i gusti più esigenti, che dimostri un carattere deciso. Una pipa in grado di “vivere”. Diciamo che ho interpretato questa mia vocazione con quel talento italiano che il mondo ci invidia».

Talento che nasce solo nella radica?

«Le mie pipe le faccio con quella: per dirlo con il termine scientifico, la radice dell’Erica Arborea. Solo su richiesta ho realizzato qualche pezzo con legno di ulivo. La radica, purtroppo, è una materia prima a rischio: cresce nel bacino del Mediterraneo, a non più di 800 metri di altezza e non oltre i 30 chilometri dal mare. Calabria e Sicilia sono sempre state le regioni fornitrici, ma ora nessuno vuole più dedicarsi alla raccolta: è una tradizione che scompare e noi ci troviamo in difficoltà. In questi ultimi anni l’approvvigionamento è in gran parte dalla Toscana, ma i giovani cercano altri lavori».

Un’eccellenza, la sua, che parla anche americano…

«Nel 2007 mi hanno dedicato una bella pagina in “One Hundred & One: Beautiful Town in Italy”.
“Shops and Crafts”, un libro edito da Rizzoli e distribuito negli States che abbina prodotti di nicchia ad alcune città. Accanto a grandi marche come Ferrari e Beretta compare Varese e la Santambrogio: mantenere i propri standard qualitativi porta buoni frutti».

La qualità vince sempre sui numeri?

«Sempre! Competere sulla e con la qualità è prioritario. Così come respingere la tentazione di aumentare la produzione solo per fare profitto quella non è una strada è un vicolo cieco. Lavoro circa dieci dodici ore al giorno, e lo faccio perché mi piace personalizzare i miei prodotti. E’ per questo che i collezionisti mi cercano. Esporto in quasi tutto il Nord Europa compreso Belgio e Finlandia, gli Stati Uniti sono ancora un buon mercato e l’Italia è altrettanto importante; non una grande piazza ma composta da una nicchia di estimatori molto attenti, che sanno riconoscere ed attribuire ad una pipa ben realizzata il valore che merita. Ho venduto anche in Medio Oriente, persino in Siria e in Libano ma la pipa si abbina di preferenza ai climi freddi. La sua cultura e il modo in cui viene realizzata è una cosa bellissima: e questo oggetto che nasce da un apporto di così grande manualità e passione non dovrebbe essere abbinato soltanto al fumo. In questo ci vorrebbe più sensibilità da parte del territorio».

Intende, dalle istituzioni?

«Lo spero. La mia, insieme ad altre realtà di Gavirate (e non solo nella produzione di pipe), ha contribuito all’economia del territorio. Ha fatto la storia. Così come per citarne alcune ormai non più attive la Rossi, la Carati, i Fratelli Lana. L’hanno fatto generando un indotto che successivamente ha percorso nuove linee produttive ramificandosi in un dedalo di settori produttivi e dando al nostro territorio il loro bel contributo alla rivoluzione industriale: spero che le istituzioni se ne ricordino sempre. Questo è un valore che non può andare perso».

L’IMPRESA DELLE MERAVIGLIE

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Scheda dell’azienda

Santambrogio & C. snc

Via al Lago, 8

21026 Groppello di Gavirate

Tel/Fax 0332 743077

www.santambrogiopipe.com

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 14 febbraio 2014
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