Mario Agostinelli ha 57 anni e una vita da sindacalista. Ai massimi vertici della Cgil lombarda e futuro Segretario per l’Europa della Cgil, è da sempre impegnato sui temi relativi alla solidarietà internazionale, al terzomondismo e ai diritti umani. Ha accettato di aprire con un’intervista il dibattito su Varesenews relativo alla globalizzazione e al G8 di Genova.
C’è stato in questi giorni lo sciopero e la manifestazione dei metalmeccanici. Quanto è presente tra i lavoratori il problema della globalizzazione e quanto nel sindacato?
Era una partecipazione emotiva o razionale quella degli operai?
Lei fa leva su due concetti: diritti e lavoro, concetti cardine dell’azione sindacale. Che ruolo può avere il sindacato nell’era della globalizzazione?
«Fondamentale. Io penso sia indispensabile il passaggio attraverso il sindacato, perché, rappresentando il lavoro, ha una forza straordinaria. Il lavoro diventa così una delle leve su cui agire e, in un forum mondiale, la costituzione di una rappresentanza paritaria del lavoro è una grande speranza e forse anche la più immediata. Per assumere questo ruolo il sindacato deve diventare un sindacato dei diritti. Quando parlo di diritti mi riferisco a quelli legati alle costituzioni antifasciste nate alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Credo che siano ancora molto attuali, nonostante siano stati messi in discussione a partire dall’inizio degli anni Ottanta. Sono diritti che derivano dal fatto che si ha diritto al lavoro: sono il diritto ad una giusta retribuzione, alla pensione, alla salute, all’istruzione. Il problema che la Cgil ha oggi con Cisl e Uil, tutto sommato, non è un problema di rottura sul fronte politico. Tra l’altro è molto vantaggioso per i filoglobalizzatori e il governo dire che è un problema politico. La verità è che la Cgil, pur con tutte le sue contraddizioni, a differenza di Cisl e Uil, sta diventando un sindacato dei diritti. Io mi auguro che lo diventino anche le altre organizzazioni, perché l’unità sindacale è indispensabile. Un esempio? L’accordo sugli immigrati a Milano è il tipico accordo non basato sui diritti. Bisogna porsi il problema della produzione, dell’organizzazione del lavoro, ma soprattutto dei diritti dei lavoratori. Le grandi sfide democratiche lanciate dal sindacato degli anni Sessanta, o ancora prima negli anni Venti, si fondavano sulla concezione del lavoro che dà cittadinanza, diritti e libertà. Il sindacato purtroppo una struttura internazionale non ce l’ha, anche se a Genova fra poco si farà un incontro di duemila delegati sindacali del Nord e del Sud del mondo per mettersi a confronto, ci saranno molti leader tra cui anche Mandela».
Questa fase di consapevolezza che stiamo vivendo puo’ coincidere finalmente
Il sociologo Zygmunt Bauman, recentemente sul "Corriere della sera", faceva una sorta di parallelo tra internazionale marxista e globalizzazione, affermando che il punto non è invertire il corso della Storia ma incanalare il suo corso verso maggiore equità. Lei è d’accordo con questa affermazione?
«Secondo me non passano invano duecento anni dall’analisi marxista ad oggi, cioè dalla prima industrializzazione. L’analisi che faceva il movimento marxista e anche operaio, rispetto all’internazionalizzazione, era quella di una ridistribuzione di potere nella società, una società che era di fronte ad un progetto di espansione illimitata. Marx sosteneva che la ricchezza proveniva dal lavoro e dalla natura e l’idea di fondo era quella che si produceva energia all’infinito, che si estraeva carbone all’infinito senza dei limiti intrinseci. Insomma si era convinti che la natura potesse produrre ricchezza all’infinito senza degradarsi. In più veniva messa in gioco sempre la trasformazione della natura inerte. Sembrava che dovesse andare sempre così. Però succedono due grandi cose: da una parte le risorse naturali dimostrano che non possono essere trasformate all’infinito senza produrre degli effetti che impediscano alla società di ordinarsi; dall’altra il processo capitalistico incomincia ad occuparsi non più soltanto della produzione di merci ma anche della proprietà, su cui estende sempre di più il suo dominio. Tutti gli aspetti della vita ne vengono coinvolti. Il processo si concentra sempre di più sulla colonizzazione del tempo di esistenza. E così la salute, la malattia, l’alimentazione, la musica, le culture diventano oggetto di proprietà, campi dove si puo’ guadagnare. Allora il limite della natura e il fatto che la proprietà si sposta verso la vita e i suoi prodotti, cioè la sua socialità, porta ad espropriare le singole persone delle condizioni indispensabili all’esistenza, le persone vengono espropriate della loro identità. Quindi non basta più lo scambio monetario per dare delle risposte, come era invece nell’analisi marxista, devi invece colpire i diritti delle persone. Mentre prima era reversibile; c’era l’illusione che ridistribuendo quel modello di sviluppo su tutto il pianeta prima o poi portavi anche gli altri allo stesso grado di distribuzione e partecipazione. Oggi sappiamo che questo sistema puo’ premiare solo una parte e contemporaneamente lede l’essenza, l’umanità, l’identità cioè qualche cosa dal quale non possiamo prescindere per fare una società ed essere uomini. Una parte del mondo sopravvive, l’altra viene semplicemente dimenticata».
Come si puo’ allora recuperare l’altra parte del mondo e quanto di questo recupero passa attraverso la nostra rinuncia?
Perché non è più possibile un unico modello di sviluppo?
Qual è il ruolo della politica in questo processo e quanto influisce il fatto che le decisioni politiche importanti non vengono più prese nelle sedi rappresentative e istituzionali, ma siano invece delocalizzate e prive di reale rappresentanza?
A Genova ci saranno dei soggetti legittimati ad essere lì e altri che hanno un ruolo antagonista e allo stesso tempo rappresentativo. Puo’ essere considerato un forum globale in nuce, la cui nascita da più parti viene auspicata?
Quali sono questi obiettivi?
«Sono concreti: acqua per tutti nel 2020, alimentazione per tutti, istruzione per tutti e sanità per tutti. Un completo rivolgimento. Una richiesta che ovviamente ha in sé una rinuncia da parte del Nord del Mondo».«Un forum mondiale diventa una cosa eversiva per questo sistema e lo scontro che si sta verificando ne è la dimostrazione. La democrazia esplode quando riguarda le tue condizioni e gli effetti della globalizzazione cominciano ad interessare tutti, dal nord al sud del mondo. Allora il problema di un governo mondiale si pone, perché non puoi delegare agli Otto che si trovano a Genova problemi così complessi, che ti riguardano da vicino. Il fatto che vengano prodotti i pomodori in un certo modo, o che si utilizzino semi geneticamente modificati, hanno dei riflessi diretti sulla nostra vita, sui figli e sul futuro. Qui si inizia a interagire con i meccanismi della vita, della società del pensiero. Genova non puo’ essere considerato ancora come forum mondiale, perché innanzitutto viene riconosciuto ufficialmente un solo livello rappresentativo, costituito da otto Paesi e questo è un atto di inaudita protervia. Da parte di questi rappresentanti non c’è lungimiranza e non c’è illuminazione. Infatti il punto cruciale anche a Genova continua ad essere il commercio e non il modello di sviluppo, quindi l’aspetto derivato delle decisioni. E poi gli interventi che si dovrebbero fare, quelli di maggiore giustizia, passano attraverso soggetti e istituzioni non democratiche: Banca Mondiale, Fondo Monetario Europeo e così via. Per un lungo periodo è indispensabile un atteggiamento alternativo, con assoluta parità di tutte le rappresentanze della società, il cui limite più grande sta nel loro carattere spontaneo. Queste rappresentanze devono sentire la necessità di darsi voce e di metterla in comune, mantenendo un loro spazio alternativo, chiedendo che venga riconosciuto democraticamente. In futuro poi non dovrebbe avere solo appuntamenti ostativi. A Genova il vero messaggio da dare è: circondare e isolare, non sfondare la linea rossa. La linea rossa è concepita in una logica militare e in uno scontro militare si soccombe. Consiglio di andare a Genova in tantissimi e isolare la zona delimitata dalla linea rossa con un’azione creativa e propositiva forte, senza scontrarsi e senza accettare la loro logica. Bisogna far emergere le contraddizioni, come il fatto che per darsi la parola i potenti della terra la tolgono agli altri. Siamo comunque molto lontani dall’idea di un forum mondiale. Condivido quello che dice Petrella: per fare un forum mondiale occorre avere degli obiettivi e l’obiettivo non puo’ essere solo quello dell’antagonismo».
«Io penso che il sistema delle imprese avesse già nella sua struttura il germe formidabile per estendere il modello a livello planetario. Lo hanno aiutato moltissimo le tecnologie informatiche che hanno fatto superare i problemi di tempo e di spazio. L’impresa era in grado di ampliare la sua influenza, sotto la legge del profitto, con un tempo rapidissimo. Questo le ha permesso di colonizzare il mondo. Questa è una fase della globalizzazione della produzione che stravolge tutto, perché un conto è produrre a Varese e commercializzare nel mondo, un conto è, stando a Varese, far produrre a Honk Kong o nella Terra del Fuoco e avere una finestra Internet per commercializzare in America. Si è globalizzata la produzione e l’impresa ne è stata l’artefice e quando lo ha fatto non c’era nessuna barriera. Prima c’erano le barriere doganali degli stati, ora ci sono le leggi degli stati sul lavoro e l’impresa va dove queste non ci sono o dove le leggi ambientali sono più blande. E’ una globalizzazione condotta dall’impresa e gli stati nazionali hanno fatto due grandi operazioni di adattamento, specialmente dove c’erano sedi di questi grandi attori economici: da una parte hanno facilitato il loro insediamento, modificando le leggi e dando soldi alle imprese; dall’altra si sono occupati esclusivamente di problemi finanziari. Tutto è stato fatto senza nessuna discussione democratica, tutto è stato deciso da poche persone, che hanno cambiato il mondo. E’ mancato un governo democratico di questo processo, la globalizzazione l’hanno fatta le imprese, Il lavoro non è stato tutelato e i sindacati non si sono globalizzati. In questa logica è chiaro che gli effetti della globalizzazione sulle popolazioni non sono mai stati presi in considerazione, sono stati considerati solo quelli sulle imprese».«Un modello unico di sviluppo per Nord e Sud non c’è più e rinunciare al fatto che ci sia un unico modello di sviluppo, quello delle multinazionali, è la seconda cosa che bisogna imporre. Una crescita non più legata al PIL significa una rinuncia enorme, vuol dire fare un enorme sforzo sociale, politico, scientifico e tecnico. Usare tecnologie dolci, tempi meno concentrati vuol dire un cambiamento delle relazioni, pensiamo solo alle mobilità delle persone e delle merci come dovrebbero cambiare. Bisogna sviluppare modelli e sistemi adeguati alle condizioni geografiche, rendendoli possibili e più legati alle vicende e alle ricchezze culturali. Tutta l’industrializzazione e il consumo del Nord del mondo si basa sull’espropriazione dell’energia fossile dei paesi del Sud. Oggi il Nord è costretto a delocalizzare le produzioni. Lì dove un tempo si era colonizzato si fa produrre a chi non consuma. I produttori del Sud del mondo non consumano e pongono dei vincoli ai consumatori ricchi dell’altra parte del pianeta, i quali si rendono conto che per continuare a sopravvivere, se sono lungimiranti, devono fare delle rinunce. Così nascono le iniziative di consumo equo e solidale, etico e così via. Il cerchio tra produttori del sud e consumatori del nord si sta chiudendo, cioè si pone ai consumatori del Nord il problema di collegarsi con i produttori del sud. A Seattle è scoccata una scintilla che era già nell’aria, cioè si era arrivati ad un momento storico importante sia produttivamente che culturalmente: si rimetteva in circolo questo rapporto tra consumatori e produttori, che è sempre stato il momento in cui la civiltà si difendeva».«La questione della rinuncia è una questione chiave. C’è una parte dell’umanità che deve tornare indietro, rinunciare è indispensabile. Nel marxismo l’opera di recupero era l’internazionale, una relazione politica tra diversi stati. Si diceva "il socialismo in una sola nazione". Oggi il concetto di nazione è venuto meno e si è passati a qualcosa che si estende su tutto il mondo, un collegamento che non si limita semplicemente ai rapporti diplomatici di alcune nazioni. L’idea di fare solidarietà attraverso la rinuncia è di matrice cristiana, mentre quella marxista ha sempre pensato che la ridistribuzione potesse colpire delle classi particolari. In questo senso le due culture, quella marxista e quella cattolica, si intrecciano» con una effettività dei diritti sanciti e sbandierati e mai applicati fino in fondo?
«Bisogna dire che la base non è stata molto sollecitata su questo tema. Però chi ha subito la trasformazione del lavoro negli anni Ottanta e Novanta, che è stata ed è di ipersfruttamento, ha capito subito. Oggi il lavoro è diventato più intenso, più emulativo, più competitivo. Un tempo se tu non facevi gli stessi rendimenti di un altro perdevi il cottimo, oggi invece perdi la stima, la considerazione e a volte anche il lavoro. C’è un abisso tra come si lavorava negli anni Sessanta e Settanta alla Ire, alla Bassani Ticino o alla Ignis e come si lavora oggi, non c’è paragone. Quindi gli operai hanno visto peggiorare le loro condizioni, perciò si chiedono come possano competere gli altri, quelli del Sud del mondo, che non sono stati così schiacciati dall’intensificazione del lavoro e capiscono che competono perché non hanno i loro stessi diritti, competono perché alla fine guadagnano di meno, che la loro condizione priva di diritti è una condizione protoindustriale. Bisogna leggere quello che scrivono gli operai sudafricani che vanno a bere la domenica, che vengono picchiati perché devono rendere».
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