Non era un comitato d’affari. Però gli somigliava molto

La sentenza di Tangentopoli a Varese e i sospiri di sollievo

Alla lettura della sentenza di Tangentopoli, che cancellò l’accusa di associazione per delinquere e assolse una dozzina di imputati, ci furono grida di giubilo e commenti sdegnati contro l’onorabilità calpestata della città di Varese e di quanti furono ingiustamente indagati. Poche voci di dissenso o di cautela si distinsero per l’occasione dal coro. 
Il deposito delle motivazioni della sentenza su un ventennio di malaffare politico dovrebbe ora ridurre a più miti consigli quanti pensarono che l’inchiesta dipinse Varese più brutta di quel che era. Se infatti da un punto di vista penale le condanne sono risultate meno pesanti, dal punto di vista politico ed etico la sostanza non cambia, anzi; paradossalmente la sentenza pronunciata dal presidente del tribunale Franco Mancini è ancora più severa. 
La corruzione a Varese c’è stata eccome, la politica si è alimentata "svendendo" appalti e incarichi pubblici (che, molti se lo dimenticano, è circostanza ben più grave e ben diversa dal semplice finanziamento illecito dei partiti); sull’altro fronte fior di imprenditori si sono arricchiti a spese dello stato e degli enti locali "ungendo le ruote". Stando alla sentenza non c’è stato bisogno di mettersi a tavolino e pianificare i "costi" degli appalti: corrotti e corruttori avrebbero filato d’amore e d’accordo fin dall’inizio. 
Questa è la sostanza di tangentopoli e tale è rimasta dopo il verdetto e dopo il deposito delle sue motivazioni. Non pare un quadro edificante. Non c’era una "regia" politica a muovere tutto ciò? Non è esistito il "comitato d’affari" ipotizzato dal pm Abate? Nella sostanza non cambia granché: la credibilità delle istituzioni, il rapporto tra cittadini e politica, la democrazia, la legalità furono fatte a brandelli in quegli anni. E infine; con tutto il rispetto dovuto al tribunale e all’autorevolezza dei suoi pronunciamenti qualche perplessità sull’inesistenza di un tavolo comune della corruzione ci rimane. Possibile che democristiani di tutte le correnti, socialisti, comunisti, laici e imprenditori si siano alzati una mattina e uno dopo l’altro abbiamo avuti tutti la stessa idea, ignari l’uno dell’altro? Come mai, in più di una circostanza, si sono affidati agli stessi cassieri che poi dividevano la mazzetta tra più partiti? E come mai in qualche circostanza si è giunti addirittura a fondare delle società "paravento" che dietro inesistenti consulenze professionali nascondevano flussi di denaro ai partiti? Se non è un’associazione a delinquere, le assomiglia molto.

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Pubblicato il 18 Ottobre 2002
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