La guerra? «Si fa con gli uffici stampa»

Alla vigilia del probabile intervento nel Golfo, che ruolo avranno i media nel raccontare quello che succederà? L’opinione di Tomas Miglierina, giornalista varesino "inviato di guerra"

«Durante un conflitto il fronte te lo puoi solo immaginare: un po’ perché, con gli armamenti che vengono impiegati, non esiste più. Un po’ perché anche la guerra si sta “aziendalizzando”, visto l’impiego massiccio di addetti stampa militari che hanno il compito di filtrare le notizie e confezionarle per i giornalisti cui viene impedito di raggiungere il teatro degli scontri». 
Tomas Miglierina, varesino, classe 1971, responsabile magazine della RTSI, la radio svizzera, in guerra c’è stato: era inviato sui campi di battaglia dei Balcani. Corrispondente free lance per la radio dal 1993 al 1996 a Zagabria, in Croazia, ha vissuto in prima persona la disgregazione della Jugoslavia di Tito, per poi operare da portavoce, da parte serba, in seno all’OSCE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo in Europa. Nel 1999 era in Serbia come reporter per seguire la crisi e poi della guerra in Kossovo. 

«Incominciai a dire il vero all’inizio degli anni 90, quando andai in Slovenia per seguire le prime elezioni multipartitiche e i primi scontri, durati qualche settimana, con l’esercito federale – racconta Miglierina – . Una situazione che per me, a digiuno di esperienze di questo tipo, mi ha da subito insegnato la difficoltà di questo lavoro. Nel corso di un conflitto non è vero che non esistono informazioni. 
Le informazioni ci sono eccome, ma sono unilaterali, e le parti, in guerra, hanno tutto da guadagnare a passare notizie false alla stampa. Quindi imparai presto che dal fronte non si può avere una visuale d’insieme: due bugie – ma le parti in un conflitto possono essere anche di più – non fanno una verità. Puoi inviare una cronaca, ma ciò che accade in un’area può essere descritto solo a livello di redazione, con una visione più ampia di un conflitto». 

Allora come si comporta un cronista? Dove attinge le notizie, quando si trova al fronte?
 
«Come ho detto è difficile “essere” al fronte – spiega Tomas -. Non esistono più campi di battaglia veri e propri, ma la guerra viene combattuta con armi molto sofisticate. Anche nel caso della crisi kossovara, ad esempio, era quasi impossibile per i giornalisti raggiungere le aree dove erano in corso i combattimenti: i militari “per la tua incolumità”, te lo impedivano. Quindi al cronista non resta altro che raccontare ciò che vede, magari sentendo i profughi o descrivendo il fronte interno, tra i civili. Il controllo da parte dei militari sulle informazioni è totale, visto che il controllo costituisce il primo elemento del comando. Spesso si vive quello che viene denominato “School bus jurnalism”: le autorità militari caricano la stampa accreditata su un autobus e li inviano ad una conferenza stampa, o a visitare il teatro degli scontri quando le armi tacciono ed è tutto finito. Questo lo facevano i serbi, ma anche gli americani». 

Secondo lei, quindi, sarà così anche per l’Iraq? 

«Certamente – spiega Miglierina – . I bersagli vengono colpiti da 8.000 metri di altezza: se gli aggressori stanno a questa distanza non vedo perché, secondo questa logica, i giornalisti dovrebbero stare più vicini. I militari, e i politici soprattutto, per ciò che viene fatto in un intervento armato, non vogliono giornalisti tra i piedi, che per natura sono interessati alle cose non visibili». 

Il fatto di non andare più in prima linea comporta quindi meno rischi per il cronista…
 
«Assolutamente no – conclude Miglierina – . Al fronte sai che a 30 chilometri vieni colpito da un certo tipo di armi, a 10 da altre, e a 500 metri ci sono i cecchini. Nelle retrovie, nel “fronte interno”, i rischi sono altri: dall’energumeno in giacca di pelle e occhiali da sole che ti aspetta nella hall dell’albergo per seguirti, alla parola di troppo che ti può scappare nel corso di un’intervista: non ci vuole nulla per essere aggrediti o peggio. Nel fronte interno non sai mai da che parte arriva il pericolo».

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Pubblicato il 26 Febbraio 2003
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