Il dirigente palestinese che controlla gli aerei
Malpensa – Fathi Odeh, 40 anni, è un immigrato che ha avuto successo nel lavoro. Le sua storia, come quella di altri, sarà un esempio per le prossime generazioni di italiani
Meritarsi il rispetto, con la serietà sul lavoro. E’ l’idea fissa di Fathi Odeh, palestinese, 40 anni, responsabile operativo della National Airport Service, un’azienda che si occupa di logistica, a Malpensa.
«Di me dicono che non ho vie di mezzo – racconta – sono severo in azienda e amabile nei rapporti personali». Il lavoro per Fathi è un’occasione di riscatto molto forte. Originario di Hablah, paese di 10mila abitanti nella provincia di Qalqilia, in Cisgiordania, arriva nel 1982 a Roma per frequentare l’università.
«Vengo da una famiglia di classe media – spiega – volevo frequentare l’università in Turchia. Andai al consolato, ma sulla strada mi fermai davanti a quello italiano. Entrai e chiesi informazioni. Dopo due ore tornai con tutte le carte. Arrivai a Roma e telefonai a casa dicendo che non ero andato a Istanbul. All’inizio restarono in silenzio, poi risposero: se sei contento così per noi va bene».
Come ha fatto a integrarsi nel mondo universitario italiano?
«Andai a Perugia, per seguire il corso di italiano all’università per stranieri. Stavamo sempre tra di noi, non riuscì a conoscere italiani. La svolta fu invece a Roma. Ci andai per caso, una domenica. Mi piacque e decisi di andare a vivere lì, nel 1984, per seguire Architettura. Feci tantissime amicizie, ed ebbi l’impressione di aver trovato la mia seconda città».
Come è arrivato in provincia di Varese?
«Ancora una volta fu il caso a mettersi di mezzo. A Roma avevo un vicino di casa che lavorava per la AirEurope. Quando divenne dirigente mi chiese se volevo andare a lavorare con lui. Non avevo ancora finito l’università, anche perché ero stato un anno in convalescenza per un incidente stradale, ma decisi di seguirlo. Arrivai a Gallarate, iniziai lavorare come semplice addetto al catering»
Come è iniziata la sua carriera?
«Mi sono fatto strada grazie al mio carattere. Sono una persona con una buona autostima, che non si è mai fatta intimidire dal senso di superiorità degli italiani verso gli stranieri, anche se devo dire che amo l’Italia e che non ho mai vissuto esperienze negative in questo paese. Eravamo in tre, nel mio reparto, e io mi feci avanti. Arrivammo ad essere una squadra di 15 persone con un budget di 35 miliardi l’anno da amministrare. Tra il ’90 e il ’95 divenni viceresponsabile dell’intero settore per AirEurope e supervisore».
E’ stato difficile per uno straniero ricevere considerazione sul lavoro?
«Ho sempre cercato di dimostrare con i fatti quello che valgo. Per guadagnare il rispetto degli altri, bisogna a loro volta rispettarli. I miei collaboratori sanno che sono un rompiscatole, un perfezionista, ma sanno anche che sono affidabile e serio; per questo, quando lasciai AirEurope, non ebbi problemi a trovare un posto in altre aziende del catering aeroportuale, prima la Ligabue, poi la Demontis, oggi la National Airport Service, a Ferno».
E’ sposato?
«Sì, con una donna palestinese. Abbiamo tre figli di 10, 9 e 7 anni».
Vorrebbe che i suoi figli lavorassero all’estero?
«Se tornassi in Palestina vorrei che venissero in Italia».
Crede che essere palestinese le abbia dato una motivazione più forte?
«Certamente, noi abbiamo un grande orgoglio, siamo emigrati ovunque, da sempre. Nel Golfo arabo siamo famosi perché i nostri maestri insegnarono a scrivere a tutti i popoli della zona. Si parla sempre dei palestinesi, siamo gente che si fa sentire. Inoltre, è stato per me particolarmente bello poter lavorare in un aeroporto. Tenga conto che fino a qualche anno fa si parlava dei palestinesi solo come terroristi».
Lavora con altri immigrati? Le chiedono favori particolari confidando nel fatto che non è italiano?
«Sì, spesso mi chiedono aiuto. Capisco i loro problemi, ma giudico solo se uno è bravo o no, e raccomando la serietà sul lavoro. A chi mi chiede qualcosa rispondo: cerca di meritarlo».
Cosa dice sua moglie di lei?
(sorride e allarga le braccia nell’unico momenti di commozione della nostra intervista) «E’ molto orgogliosa. Quando le chiedono tuo marito che lavoro fa, per lei è un momento magico. Mio marito fa il dirigente a Malpensa, risponde, con gli occhi illuminati. La vedo da come parla che è contenta di me».
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