«Troppi detenuti, ma la soluzione non è il carcere»
Oltre la metà della popolazione carceraria potrebbe vivere al di fuori dei penitenziari secondo il cappellano del Beccaria don Gino Rigoldi intervenuto in un dibattito pubblico
Quanto serve trasferire le carceri, rifarle nuove, ristrutturarle quando alla fonte esiste un sistema che "produce" carcerati e preferisce punire piuttosto che aiutare? Una domanda difficile per una risposta altrettanto impegnativa che proviene dall’impegno quotidiano di chi ha dedicato la vita per stare vicino ai più deboli. Non una mezzi termini don Gino
Rigoldi (foto), cappellano del carcere minorile Beccarla di Milano per descrivere la popolazione carceraria nel corso di un dibattito pubblico promosso dal Varese Social Forum. “Poveri cristi”.
Proprio così li chiama il sacerdote, che nei suoi 31 anni all’interno delle carceri non si arrende per denunciare una situazione dalle tinte sempre più cupe per i 56 mila detenuti delle carceri italiane. «Detenuti – ha spiegato Rigoldi – che per una buona metà potrebbero restare al di fuori delle mura carcerarie se solo le misure alternative alla detenzione funzionassero, se solo il legislatore credesse nella possibilità di dare una risposta sociale alle persone che entrano ogni anno in galera».
Non sono quindi le mura nuove, carceri più grandi e spaziosi, a risolvere il problema dei detenuti.
Occorre una cultura che sappia reagire intervenendo a livello sociale verso chi entra in carcere non con la giacca e la cravatta, ma di chi varca le celle con i buchi sulle braccia, la fame, la disperazione. L’universo di quanti – e sono la maggioranza secondo la testimonianza del parroco – che hanno una pena detentiva inferiore ai tre anni e che per legge potrebbero essere soggetti a misure alternative alla carcerazione, vedi semilibertà o affidamento ai servizi sociali. «E per fare questo ancora troppo poco si investe nelle figure degli educatori – commenta Rigodi».
Poi il problema vero e proprio delle carceri, «dove perfino le sbarre non possono più essere battute con le forchette, per protestare, altrimenti si corre il rischio che cadano a pezzi, come accade a San Vittore». E i Miogni? «I Miogni – conclude Rigoldi – sono un carcere fatiscente, che non risponde alle condizioni minime per la vita dei carcerati. Non sono in grado di dire cosa accadrà, se il carcere verrà ristrutturato o spostato. In quest’ultima ipotesi, spero che non si ripeta quanto avvenuto a Como, dove i Bassoni hanno trovato posto in un buco infame, una landa desolata umida, lontano dagli occhi di tutti».
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