«Sul futuro dell’ospedale i medici facciano sentire la loro voce»
La sanità varesina secondo il consigliere regionale della Margherita Giuseppe Adamoli
L’estemporaneo sondaggio sui problemi dell’ospedale ha offerto pareri di operatori pubblici, alcuni interessanti, altri invece preoccupanti perché possono far pensare che Varese non abbia cultura medico-scientifica nonostante un passato e un presente invidiabili. Sempre che dicano qualcosa i nomi di Sacco, Bizzozero, Riva Rocci, Fiamberti, oggi di Carlo Capella, senza contare che da tempo abbiamo una classe medica di livello medio molto alto.
Questa dimostrazione di insensibilità è un episodio o una sconfitta della società e pure della politica? Non è una provocazione, è una serena domanda a un personaggio autorevole della politica e a un esperto, credibilissimo, della sanità come Giuseppe Adamoli.
«Mi ha colpito il fatto che nel dibattito sul futuro dell’ospedale ci siano stati rari, anche se autorevoli, interventi dei medici ed è un vero peccato poiché la loro voce sarebbe utilissima per progettare un complesso ospedaliero aderente alle necessità reali del territorio. Non saprei a che cosa addebitare questa carenza, forse avrebbero bisogno di essere rassicurati che la loro opinione sarà questa volta tenuta davvero in conto, dopo tante illusioni e delusioni passate. Da questo punto di vista c’entra anche la politica, eccome!»
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Dopo il sondaggio ecco la precisa proposta di Attilio Fontana, Presidente del Consiglio regionale: un “tavolo tecnico” per dare concretezza alle indicazioni sulla destinazione del vecchio corpo edilizio dell’ospedale. Il “tavolo” è l’occasione per dare spazio e peso particolari a chi la sanità la vive tutti i giorni sul campo. Mancherà comunque la voce di cittadini in materia di salute vicini ai problemi della gente: credo si possa avere nostalgia di amministratori del “Circolo” come Trombetta, Morandi, Nidoli e di numerosi altri ugualmente degni.
«I nomi che Lei cita mi suscitano rispetto e riconoscenza, con Dante Trombetta peraltro avevo cooperato molto e bene. Ho più volte dichiarato che il ruolo solitario dei Direttori generali alla guida degli ospedali lombardi, se è stato utile nei primi anni della loro esperienza, oggi andrebbe rivisto. Dentro l’ospedale bisognerebbe dare più peso al Consiglio dei Sanitari e fuori cogliere ogni occasione per provocare l’interesse e la partecipazione autentica dei cittadini. Ci sono amici veri dell’ospedale che non aspettano altro che essere chiamati in modo serio, continuativo ed organico a dare una mano. Le forme organizzative si possono trovare insieme, io, per esempio, immagino un comitato di garanti. Pensi che lo stesso Consiglio comunale da anni e anni non si riuniva per trattare i problemi della sanità locale e questa non è una responsabilità di chi gestisce l’ospedale, ma di chi guida la città».
La città ufficiale sarà veramente rappresentata solamente se ci sarà stato un parere da parte dell’intero Consiglio comunale. E’ d’accordo?
«Come ho già detto ritengo il coinvolgimento del Consiglio comunale necessario, ma non è sufficiente. Ci sono associazioni e organizzazioni che sono vicine agli ammalati che andrebbero ascoltate attentamente».
Lei in buona misura è il papà del nuovo ospedale: adesso ci piacerebbe sapere come Adamoli avrebbe speso quei soldi….
«Per carità, io ho partecipato – in modo decisivo, questo sì – nel 1986 alla difficile e contrastata decisione di portare i 200 miliardi di lire a Varese anziché a Como, inserendoli nella programmazione sanitaria regionale che è la prima e più importante decisione. Il resto è stato fatto da molti altri soggetti, fra cui il governo D’Alema con il decreto di finanziamento e la Giunta regionale della trascorsa legislatura per la conseguente fase realizzativa.Quei soldi, come ho detto ripetutamente in queste settimane, li avrei utilizzati per costruire l’ospedale in un’area totalmente libera nei pressi dell’ex ospedale psichiatrico. Sarebbe stato un ospedale davvero nuovo, con una qualità progettuale nettamente superiore, con una migliore integrazione con l’Università, con viabilità, parcheggi e caratteristiche ambientali di altissimo livello. Oggi però bisogna guardare avanti».
Per un ospedale già dimezzato le vecchie strutture possono essere opportunità di sviluppo per una migliore cura della salute: ma ci vuole tanto a capirlo?
«E’ esattamente così. Mentre la degenza finirà nel nuovo monoblocco occorre risistemare le parti restanti per collocarvi tutto il resto e in più i presidi oggi sparsi nella città (Velate – Viale Monte Rosa – Via Luini) ed altri servizi che servono ad aiutare concretamente le famiglie dei pazienti che non possono ancora tornare a casa senza avere un’assistenza sanitaria continua.
C’è anche la necessità di offrire più spazi e più mezzi all’insegnamento universitario, alla ricerca clinica, ai giovani medici che debbono fare tirocinio e alle scuole di specialità. Se non si facesse questo, sarebbe un enorme occasione sprecata.
E’ anche il momento di prendere in considerazione la domanda di ospitalità e accoglienza delle famiglie dei pazienti, in particolare dei bambini, e di spazi per offrire cure e strutture per il sollievo dei malati terminali.
Io penso inoltre a reparti per solventi, cioè per persone che oggi pagano salatamente il ricovero nelle cliniche private e sarebbero più contente di spendere i loro soldi in un ospedale pubblico, che dà più sicurezza, contribuendo così a migliorarne le entrate. In questo modo anche i medici ospedalieri potrebbero esercitare la loro professione privata nella struttura pubblica, con un vantaggio complessivo per l’ospedale e per tutti i degenti».
Alienare il Del Ponte sarebbe anche uno schiaffo ai cittadini che l’hanno donato e potenziato, inoltre significherebbe demotivare altri eventuali donatori.
«E’ davvero disdicevole che prima ancora di definire il progetto completo del complesso ospedaliero del Circolo si parli già del business economico degli edifici che possono essere resi liberi. Intanto ciò che oggi esiste al “Del Ponte” e cioè Neonatologia, Ostetricia, Pediatria e Neuropsichiatria infantile, in pratica un “ospedale dei bambini”, funziona in modo eccellente. Tutto ciò può essere trasferito nell’area del Circolo solo a condizione che mantenga una identità clinica e fisica precisa con ulteriore potenziamento e miglioramento, altrimenti non se ne deve fare niente. E poi, prima di pensare a vendere gli edifici del Del Ponte, bisogna soddisfare ogni altra esigenza sanitaria della città. I proponimenti dei donatori non possono essere disattesi alla leggera».
Nel momento in cui la sanità pubblica è diventata azienda è andato in parte disperso un grande patrimonio di umanità e di solidarietà. A Varese a guastare l’atmosfera hanno poi contribuito anche alcune contese tra Ospedale e Università: sarebbero state utili le mediazioni, non si considera mai che si tratta di due istituzioni dall’enorme potere di traino. Amarle e aiutarle è dovere della comunità: sono due centri di servizio, ma restano o diventano centri di potere se non si sentono accettate, ascoltate, inserite. A tenerle lontane da noi, soprattutto per quanto riguarda l’ospedale, a volte ci pensa la politica…
«Il concetto stesso di Azienda ospedaliera andrebbe rivisitato con grande attenzione facendo tesoro anche delle esperienze estere. Non può contare soltanto il budget ma soprattutto la cura del malato. Per ciò che riguarda Varese il valore aggiunto dell’insegnamento universitario e dell’integrazione con l’ospedale non è stato subito ben comprese da troppi soggetti pubblici e privati, ospedalieri e non. Bisogna certamente evitare che i cittadini percepiscano le due istituzioni come centri di potere. Ma qui le responsabilità sono sia della politica che deve smetterla di essere intrusiva, sia anche dei vertici, dei primari e degli operatori più influenti che debbono sapere che ai pazienti interessa solo la qualità dell’assistenza».
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