Rocco Buttiglione sugli scudi alla Fondazione San Giacomo
La lezione del professore prestato alla politica è un vero viaggio alle radici della rivoluzione conservatrice: al centro, il tema della sussidiarietà
Illuminante. È il minimo che si possa dire dopo aver ascoltato Rocco Buttiglione (foto) esporre le tematiche del nuovo rapporto tra Stato, società e mercato nella prima lezione (perchè di questo si trattava) del corso sull’argomento organizzato a Busto Arsizio presso la Fondazione San Giacomo da Compagnia delle Opere Altomilanese e Fondazione per la Sussidiarietà. Oltre 200 iscritti, fra cui più di 30 tra assessori e Sindaci, hanno assistito all’importante lezione sul tema della sussidiarietà.
In sostanza, sussidiarietà significa, nella parole di Buttiglione, «la ritirata» dello Stato da quei settori o ambiti in cui la presenza risulti d’ingombro o oppressiva, a beneficio dei corpi amministrativi e sociali di livello inferiore. Lo Stato resterebbe il garante dei nuovi equilibri, limitandosi a intervenire laddove enti locali, associazionismo e categorie non fossero in grado di farlo.
Ad introdurre l’argomento, concettoso e tutt’altro che semplice ma dalle enormi implicazioni, è stato il Presidente della CdO Altomilanese Paolo Fumagalli. «L’"Allegoria del Buon Governo" di Simone Lorenzetti (famoso dipinto del Trecento, ndr) sarà un po’ l’icona di questa nostra scuola di sussidiarietà. Noi vogliamo dedicare queste lezioni al ricordo di Marco Martini, il maestro di colui che più di tutti ha introdotto il tema della sussidiarietà fra di noi, ossia Giorgio Vittadini».
A sostegno delle tematiche della sussidiarietà, Fumagalli prima, Buttiglione poi, hanno citato filosofi e Papi, arrivando sino alle discussioni di politica tra Aristotele e Platone (quest’ultimo, "tirandolo per i capelli", può essere visto come un antesignano del totalitarismo, ndr). La sussidiarietà è stata nominata esplicitamente per la prima volta nel 1931 nell’enciclica "Quadragesimo Anno" di Pio XI (Achille Ratti da Desio (MI), il papa del Concordato con Mussolini "Uomo della Provvidenza", ndr). L’enciclica, oltre ad una profetica denuncia della finanza corrotta e del materialismo ateo che potrebbe essere ripetuta identica al giorno d’oggi, conteneva precisi ammonimenti a che lo Stato non soffocasse l’iniziativa, anche economica, dei singoli, e non si arrogasse il diritto di fare ciò che corpi minori già potevano conseguire: parole rimaste inascoltate fino all’ondata federalista iniziata dalla Lega nei tardi anni Ottanta.
«Lo Stato non deve sostituire la società, altrimenti la indebolisce» è l’ammonimento di Buttiglione. «Bisogna responsabilizzare gli individui, non deresponsabilizzarli». Al capitolo del lavoro il filosofo di Gallipoli ha dedicato una lunga riflessione, in cui ha esaminato il lento decadere dell’idea di Max Weber che nel mondo moderno la creatività fosse stata abolita dal nuovo modo di produzione taylorista-fordista. Oggi questo paradigma starebbe scomparendo con le ultime vestigia della società industriale che se ne è nutrita. Buttiglione ha quindi tessuto l’elogio dell’obbedienza – una vera "bestemmia" nella società attuale – perchè «senza affidarti a qualcuno non imparerai mai nulla». «Si cresce solo nel riconoscimento delle diverse responsabilità che ci sono affidate: in tal modo si crea una comunità, sul lavoro e altrove». Si sente nelle parole di Buttiglione una forte eco del corporativismo anni Trenta, con cui durante il regime fascista ci si illuse di aver estinto la lotta di classe – che puntualmente riesplose ferocissima nella Resistenza.
Il peccato originale che Buttiglione riconosce nel pensiero contemporaneo starebbe in Rousseau (riconosciuto quale antesignano del comunismo da molti autori, ndr), quando nel "Contratto Sociale" sostiene che gli uomini devono cedere la loro libertà al legislatore per il loro bene. La concezione opposta – e salvifica, nell’ottica di Buttiglione e del pensiero contemporaneo, sarebbe quella espressa da John Locke a difesa della libertà del singolo. La Chiesa stessa, oggi, aggiornando la propria dottrina sociale, insiste molto su questo punto, tanto da abbracciare una tematica come il decentramento amministrativo (ma guardandosi bene dall’applicarla a sua volta, ndr).
Dove conducono questi ragionamenti? Alla madre di tutte le oppressioni centraliste: la fiscalità. «Le tasse limitano la libertà» dice Buttiglione, e non gli si può dar torto. Sulle amministrazioni locali, nella quali «troppo spesso è ancora premiata la spesa fine a se stessa anzichè il rapporto tra tassazione e servizi offerti», il professore cita gli esempi opposti e convergenti di Bologna e Brescia. Mentre nella prima città l’eccellenza dei servizi sarbbe il risultato di decenni di pressioni politiche per ottenere fondi, nella seconda un nuovo modello di servizi, meno costoso, sarebbe stato pagato di tasca di propria dai bresciani. La proposta di "bonus" di Stato per sostenere l’utilizzo di servizi a pagamento da parte dei meno abbienti è stata accennata infine da Buttiglione, portando una ventata di conservatorismo compassionevole anche da noi.
Dopo Buttiglione è stata la volta di Simona Beretta (foto), docente di Economia Politica alla Cattolica di Milano (Alberto Quadrio Curzio interverrà nel prossimo incontro, essendogli impossibile partecipare oggi). L’interpendenza e la necessità imperativa di una solida rete di relazioni sono stati i fulcri del suo intervento. «Solo una rete di relazioni rende possibile la vita, a prtire da quella madre-figlio. Perfino la mafia è così potente perchè in essa i legami sono fortissimi». La Beretta ha quindi sparato a zero contro l’Europa "sazia e disperata" di oggi, che non solo non ha fiducia nel domani e non fa figli, ma neppure ha capacità di innovazione politica: «lo testimoniano le mille e passa pagine della Costituzione Europea».
Urge «una politica della ragionevolezza, come insegnava Marco Martini», un passare dal "fare" individuale dell’homo faber all’"agire" relazionale, da un approccio isolato ad uno ragionato e di gruppo, dai rapporti fissi orizzontali (del mercato) e verticali (del rapporto Stato-cittadino e viceversa) alla "rete" tridimensionale delle relazioni che sola può riconnettere armonicamente Stato, società, mercato nel nome della sussidiarietà.
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