Università e concorrenza: il modello americano
Alla Liuc il professor Kirp, dell’università californiana di Berkeley, ha parlato di strategie di marketing e di sviluppo degli atenei americani
Università come centro di alta formazione ma anche di business. Il futuro degli atenei italiani è stato al centro di un incontro organizzato dalla Liuc e che ha visto ospite il politologo americano David Kirp, docente di Public Policy all’università di California a Berkeley, profondo conoscitore dell’esperienza che il mondo accademico statunitense sta vivendo proprio in questi ultimi anni.
Le università americane sono sempre più attente alla promozione del "marchio", in una competizione serrata alla ricerca di finanziatori, sponsor e studenti. Da questa tensione si è sviluppata una politica di sviluppo attenta alla produttività, all’efficienza, al management e alla sinergia con il mondo delle imprese: un volano di competitività le cui ricadute si propagano sull’intero territorio di riferimento. Più un ateneo riesce a sviluppare partnership internazionali e collaborazioni locali più rappresenta un vantaggio competitivo per l’intera collettività di riferimento.
Il modello americano di sviluppo delle università "nella società della conoscenza" sta conquistando anche il vecchio continente dove si fa vivace il dibattito sull’autonomia e sulla governance degli atenei.
David Kirp ha presentato ai docenti, ricercatori e studenti della Liuc, il suo ultimo volume "Shakespeare, Einstein and the Bottom line. The Marketing of Higher Education" dove si mettono in luce i molteplici aspetti legati alla governance universitaria con interessanti spunti di riflessione tratti dall’analisi della situazione negli USA: un modello di riferimento complesso e molto sfaccettato, spesso idealizzato o trattato in Italia in modo eccessivamente semplicistico.
Nel suo intervento, Kirp ha sottolineato gli sforzi fatti dagli atenei statunitensi per commercializzare la propria offerta formativa accaparrandosi studenti, fondi pubblici e privati in un dialogo sempre più serrato con il mondo delle imprese. Una via che anche il mondo accademico italiano dovrebbe intraprendere per dare un segno concreto alla società in cui si trova ad operare.
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