Buoni pasto: così la protesta a Varese

Rabbia e partecipazione, ma in centro ticket accettati in moltissimi locali, malgrado l'inizio dello "sciopero"

Il dilemma è antico: è meglio un uovo oggi o una gallina domani? stando a ciò che ha scelto la maggioranza degli esercenti varesini interpellati sull’argomento buoni pasto la risposta è decisamente "un uovo". Che, tradotto, vuol dire accontentarsi degli incassi quotidiani piuttosto che stringere i denti per avere di meglio nel futuro.
Nel primo giorno di "Sciopero" dei buoni pasto, una rapida inchiesta nel “triangolo dei buffet” – i cui vertici sono all’incirca Piazza Repubblica, piazza XX Settembre, Piazza Monte Grappa – fa emergere infatti che tra chi serve i pasti alla sempre più ampia fascia di lavoratori che non torna a casa a mangiare (soprattutto persone che lavorano in enti pubblici e banche) praticamente solo Mac Donald’s se l’è sentita di “tenere duro” e rifiuta i buoni pasto da lunedì 20.

La galassia dei bar e delle pizzerie del centro, invece, tende ad accontentare il cliente e perciò continuare ad accettarli. Pur condividendo in pieno, però, le ragioni della protesta.
«certo che continuo a prenderli, per forza: sennò poi qui la gente non viene… – commenta Paolo Tosi, titolare del caffè Mazzini, nell’omonima via, proprio davanti al Coin – qui passano persone che mi pagano il caffè con i buoni pasto, si figuri. Certo che in teoria appoggio la protesta, perché è giusta:io sono aperto da due anni, quando ho cominciato mi chiedevano lo sconto del 5% su quello che consegnavo loro, ora le società sono passate al 7%. E in che razza di modo: mi hanno mandato una lettera a metà maggio dicendo che dal primo maggio avevano alzato la soglia di sconto».
Due parole con il responsabile dei due “Bar delle Corti”, frequentatissimi bistrò all’interno del centro commerciale,  ci fanno capire che i suoi tavolini pieni a mezzogiorno sono frequentati ampiamente da possessori di buoni pasto: «Li prendo eccome. Sennò non lavoro» è stato infatti il suo laconico commento. 

Stesso discorso da Quinto, storica pizzeria al taglio, ormai arrivata alla soglia dei 50 anni di attività: «Noi accettiamo tutti i buoni pasto, che rappresentano più del 10% del nostro fatturato – spiega Moreno Toia, attuale gestore del locale – E’ una protesta che condivido, ma è difficile da mettere in pratica senza averne grevi danni». Più titubante, proprio per la grave situazione che si è instaurata tra esercenti e società emettitrici di buoni è Marisa Ferrario, tra i titolari della pizzeria “La Cantinetta” in via Cimarosa: «Se accetto i buoni pasto? Non lo so. Sono  molto titubante e sto prendendo “indiretta” in queste ore la decisione. Il problema dei buoni pasto non riguarda solo gli sconti, ma anche come emettono le fatture, quando pagano e altro».
Nessuna esitazione invece per il Free Time Caffè, frequentato bistrot in corso Moro: «Certo che continuiamo a prenderli, sono molti i nostri clienti abituali con buoni pasto» e nemmeno per i due locali della catena Autogrill, Ciao e Spizzico.

Un caso a parte è invece quello della tabaccheria/bar “Idealbar” di via Magatti, a pochi passi dall’Inps. «Accetto sì i buoni pasto, ma solo quelli delle compagnie che hanno mantenuto la percentuale di sconto al 5% Gli altri li ho eliminati – spiega Clemente Bolgeri, titolare del locale –  Anche perché sono gli stessi che, quando sono andato a chieder loro ragioni sull’aumento dello sconto, la risposta è stata “ma che gli importa? Aumenta un po’ il prezzo al consumatore ed è finita lì…”. Non ci ho pensato un attimo , e ho rifiutato il contratto. Anche perché questi contratti loro li fissano prima con enti pubblici e grandi aziende, mettendosi d’accordo tra loro e poi li impongono ai piccoli locali».
Bolgeri conferma inoltre le segnalazioni della Ferrario e rincara: «Guardi questi buoni pasto. Sono prepagati, no? La società i soldi li ha già ottenuti, quando vengono emessi. Dovrebbero essere considerati praticamente un assegno circolare, e per di più hanno scadenza 2006… E invece, se non li consegno entro un mese, loro li considerano carta straccia. Le pare normale?».

Insomma: sull’argomento l’aria è decisamente tesa, ma in una situazione economica come la presente e di fronte a bar la cui clientela fornita di buoni pasto è una bella fetta del fatturato, bloccare ad oltranza la possibilità di accettarli è un sacrificio troppo grosso: «Non per niente noi abbiamo fortemente invitato i nostri associati ad aderire, ma non abbiamo fatto eccessiva pressione – spiega Giordano Ferrarese, rappresentante dei ristoratori in Fipe –  Io non sono colpito direttamente, chi viene nel mio locale non utilizza quasi mai il buono pasto. Ma ci sono colleghi che vivono su questo: e per quanto disagiato sia il metodo per ottenerla e le condizioni per averla, si tratta pur sempre di un entrata. Varese, per esempio, è sempre stata terra di sviluppo industriale,  non turistica: il che significa che è ancora più difficile applicare il blocco. Meno difficile, e più simbolico, sarebbe a Rimini. Chi resiste invece sta lavorando per il bene dei suoi clienti, anche se non sembra:  la speranza è che i clienti capiscano che una protesta così serve per mantenere alto il livello della qualità. E che questa corsa al rialzo dell’interesse ricade solo sull’esercente, che ne viene letteralmente schiacciato» 

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Pubblicato il 22 Giugno 2005
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