Ritiro da Gaza, via dai territori la metà dei coloni

Alla mezzanotte di oggi, 16 agosto, scatterà l'ultimatum del governo di Sharon e l'esercito interverrà per espellere dalla Striscia di Gaza gli irrducibili

Meno uno. Il conto alla rovescia fatto partire del governo israeliano sta arrivando alla fine. Il ritiro da Gaza delle famiglie di coloni che ancora sono nei territori che da domani, 17 agosto, diventeranno palestinesi, sta procedendo. Fino alla mezzanotte del 16 agosto la polizia dello Stato di Davide non interverrà con la forza per evacuare gli ultimi irriducibili. In totale dovranno trasferirsi 1486 famiglie, circa 7500 persone in tutto. Al momento, secondo fonti israeliane, circa la metà dei coloni ha accettato di andare via dalle terre che per 38 anni hanno coltivato e che da domani torneranno palestinesi. Unità speciali dell’esercito e polizia israeliani hanno smantellato l’insediamento di Neveh Dekalim, il più grande nel sud della Striscia di Gaza,  in Israele sono scattati gli arresti per 500 oppositori al piano di ritiro.

Il clima si sta surriscaldando, gli esperti temono che tra stasera e domani si scatenerà l’ira di chi non vuole sentire ragioni e non abbandonerà gli stanziamenti. Il governo israeliano ha previsto risarcimenti da 150 a 450 mila dollari per le famiglie che accetteranno di lasciare la Striscia di Gaza per andare a stare provvisoriamente nella città-accampamento preparata in meno di un mese dall’esercito alle porte di Gaza, appunto. Per chi andrà a  stabilirsi in quell’area ci saranno caravan speciali, che diventeranno la casa per chi non ha altre alternative. Non sono solo i coloni di Gaza ad opporsi al piano di Sharon, ma anche oltre 5 mila oltranzisti, giunti a dare man forte a chi non vuole andarsene e a complicare il lavoro dell’esercito. La destra estrema dello Knesset ha votato contro il piano, e gli oppositori sono numerosi e agguerriti.

Nel suo discorso di ieri, 15 agosto, Ariel Sharon, premier israeliano, ha invitato i coloni ad abbandonare le terre senza opporre resistenza, spiegando chi il piano è un necessario punto di partenza per ottenere la pace. “Arik”, il vecchio generale che ha guidato l’esercito della stella a sei punte a tante vittorie, non ha però dimenticato di avvertire i palestinesi: gli israeliani se ne vanno da Gaza, la Palestina avrà finalmente un inizio di Stato dal quale partire, ma se non abbandonerà la violenza e continuerà il terrorismo, il fuoco di Israele sarà molto più forte. Una grande responsabilità per chi deve cercare di governare sul popolo palestinese e sulle frange estremiste che non considerano la scelta di Sharon un punto di partenza per la pace, ma un atto dovuto di chi quelle terre le conquistò con la forza nella "Guerra dei Sei Giorni" del 1967. C’è anzi chi vede nel progetto di Sharon un modo per evitare di mettere in pratica il disegno della Road Map, che prevede un ritiro più ampio e completo da quei territori occupati che l’ex ministro degli Interni di Sabra e Shatila non ha nessuna intenzione di abbandonare. Non è una scelta facile, da qualsiasi punto di vista la si guardi. Potrebbe essere l’inizio di un’insperata era di pace, ma rischia anche di scatenare una nuova ondata di scontri.

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Pubblicato il 16 Agosto 2005
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