Storie di ordinaria violenza

Violenza sulle donne: anche a Varese la maggior parte dei soprusi avvengono tra le mura domestiche. Maurizio Grigo, procuratore capo, annuncia che presto un PM si occuperà a tempo pieno del problema

Francesca (nome di fantasia) è una bella donna di cinquant’anni. Estrazione culturale medio-alta, un marito benestante, due figli adolescenti. Da anni sopporta le angherie e i soprusi morali e fisici ad opera del marito e del figlio maschio. Cristina (nome di fantasia) è una casalinga con due figlie. Un giorno scopre che il marito ha abusato della più grande. Pochi giorni dopo anche la piccola, 3 anni, svela il terribile segreto che si teneva dentro da tempo. Loretta (nome di fantasia) è un’operaia. Ha bisogno di lavorare e per questo subisce le molestie del datore di lavoro. Maria (nome di fantasia) è una giovane ucraina. Venduta dal fratello, dopo un viaggio di soprusi e violenze, è schiava di un’organizzazione criminale ed è costretta a prostituirsi.

Sono quattro storie vere, accadute a Varese non più di qualche mese fa. Racconti di ordinaria violenza, vissuti tra dolore fisico, umiliazione morale, e una profonda, costante paura. Paura perché riaccadrà, paura perché prima o poi potrà coinvolgere anche i figli, paura di denunciare, paura del dopo, se un dopo ci sarà mai. E la maggior parte di esse avvengono tra le “sicure” mura domestiche. Così i lividi sono causati da cadute dalle scale, e i silenzi e i comportamenti insoliti dei figli fanno parte della crescita.

 A raccontale è Marzia Giovannini, avvocato, una delle relatrici del convegno “Libere dalla violenza. Insieme è possibile”, tenutosi questa mattina al Salone Estense del Comune di Varese. Con lei hanno portato la loro testimonianza Marzia Brusa, psicologa giuridica, Emanuela Ori, Capo Gabinetto della Questura di Varese, Fabio Roia, magistrato milanese, Gabriella Sberviglieri, Consigliere Provinciale di Parità, Carol Beebe Tarantelli, psicoterapeuta ed già parlamentare Pds, Camilla Zanzi, dell’Associazione E.O.S. che si batte per le donne maltrattate. A sorpresa è intervenuto anche Maurizio Grigo, procuratore capo di Varese, che ha annunciato che presto, nell’ambito della procura di Varese, sarà istituita un’unità che si occuperà a tempo pieno del problema.

Secondo Emanuela Ori: «La situazione in Provincia non è così preoccupante. Dal 2003 ad oggi c’è stata una discesa vertiginosa dei casi. Da una media di 36 casi nel 2003 e nel 2004, quest’anno sono 8 i casi di cui siamo venuti a conoscenza: 3 riguardavano minori, 1 solo era per tentata violenza e 4 per molestie». Ad ulteriore commento di Fabio Roia, afferma: «Bisogna guardare il sommerso e non i fatti denunciati. La denuncia avviene solo laddove c’è una situazione sociale e culturale che lo permette. Le donne hanno un tasso altissimo di sopportazione e si immolano per la famiglia. Spesso e volentieri la denuncia scatta quando la spirale di violenza si allarga sui figli». «Certo oggi il clima è un po’ cambiato e le prime avvisaglie del cambiamento sono iniziate intorno al 1995, quando in Parlamento si è cominciato a discutere dell’attuale legge che protegge le donne dalla violenza», spiega Carol Beebe Tarantelli, deputata che si è battuta in prima persona per l’approvazione della legge. «Ci sembrava di smuovere gli elefanti. Ma alla fine ce l’abbiamo fatta e, se la legge è stata approvata, è stato grazie all’unità delle parlamentari che si sono battute al di là degli schieramenti politici». Anche secondo Camilla Zanzi dell’E.O.S. «E’ su questo cambiamento culturale che si deve lavorare. Noi vediamo circa 50 donne all’anno. Vengono con delle scuse, la maggior parte per  consulenze di tipo legale, ma poi, a poco a poco, emerge quello che hanno dentro. Ci si arriva con fatica: hanno paura del dopo, ma ultimamente cresce in loro la volontà di essere rispettate. E proprio il dopo sembra rappresentare il maggior problema, tanto per le donne quanto per le istituzioni. «Dopo la denuncia, la risposta delle istituzioni deve essere totale – prosegue Fabio Roia  – La donna e i figli devono essere allontanate da casa, serve supporto psicologico, legale, ed economico». E’ chiaro che per offrire ciò le istituzioni devono lavorare in rete: «Quello a cui non oggi assistiamo è una rimozione del problema da parte delle istituzioni, quando invece servono strategie di contrasto, prevenzione e sostegno – afferma Gabriella Sberviglieri  – Vogliamo far diventare questo incontro il primo di un laboratorio, di un tavolo di lavoro che abbia come obiettivo fa emergere nella coscienza collettiva il disvalore sociale del maltrattamento sulle donne».

Il convegno è stato organizzato, al di là di bandiere e schieramenti, dai coordinamenti donne di diversi partiti, associazioni e sindacati varesini, in occasione della Giornata Internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

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Pubblicato il 27 Novembre 2005
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