“Ciclo di vita”, l’importanza di ascoltare

Presentato il programma del centro di psicologia interdisciplinare di via Limido

Una villa antica, al civico 48 di via Limido,  immersa nel verde a due passi dal centro di Varese. Una vetrata infinita che corre parallela ai pini e ai cedri del parco da cui filtra una luce intensa. La sede del "Ciclo di vita" (centro di psicologia interdisciplinare) trasmette  un senso di serenità fisica, palpabile, come le parole di Marta e Maria Bruna Zighetti due delle terapeute (oltreché sorelle) che hanno dato vita a questo centro di psicologia interdisciplinare.
Terapia famigliare, sistemica, counseling, gruppi di ascolto,  corsi di formazione e mediazione famigliare. In tre stanze, comode e accoglienti, accade tutto questo. L’équipe di questo centro varia a seconda delle esigenze del paziente e sceglie percorsi ad hoc, servendosi di consulenze e collaborazioni esterne di vario tipo. Ogni spazio è studiato a seconda dell’intervento, separato e al tempo stesso unito da un corridodio luminoso e una volta tanto non opprimente. C’è un luogo d’incontro per le famiglie che ricorda l’atmosfera del film "Il grande cocomero", dove uno strepitoso Castellitto – che interpretava il nuropsichiatra infantile  Lucio Lombardo Radice – conduceva la terapia famigliare (o sistemica per usare un termine tecnico) e ritrovava anche se stesso.

La sensazione che i problemi di qualcuno stiano a cuore a qualcun altro, è una bella sensazione. Infatti l’idea di Marta e Maria Bruna non è quella di creare un club ristretto per pochi eletti privilegiati o solo per chi ha le possibilità di pagarsi una terapia, bensì un luogo aperto a più percorsi terapeutici e a più collaborazioni.
L’impostazione del centro è basata infatti sul lavoro in rete, sia con i collabotarori che esprimono diverse competenze, sia con i vari  soggetti istituzionali (e non) presenti sul territorio,  a cominciare dai servizi sociali e i medici di base. «Oggi – spiega Marta – se si vogliono dare risposte adeguate alle persone e ai vari disagi occorre operare con un approcio interdisciplinare, a volte anche superando le vecchie logiche della terapia. Inoltre c’è un discorso importante sulla sensibilizzazione e la prevenzione che in genere viene trascurato». 

Il "Ciclo di vita" è concepito come un luogo aperto. L’attenzione è puntata sulle famiglie e sui figli, sulle dinamiche del periodo adolescenziale, a cui spesso le risposte classiche non bastano più.
Gustavo Pietropolli Charmet , docente di psicologia dinamica, e Fulvio Scaparro, docente di psicopedagogia dell’età evolutiva, qualche anno fa scrissero un libro interessante dal titolo "Belletà. adolescenza sognata, adolescenza temuta" (Bollati Boringhieri). I due studiosi cercavano di definire, anche attraverso l’utilizzo di categorie nuove e utilizzando percorsi terapeutici "creativi", una zona dai confini molto labili e incerti, com’è appunto il periodo dell’adolescenza. Un’operazione che cercava di superare la  visione  allarmata e allarmante che si ha di quel periodo della vita.
«Mi ricordo quel libro
– continua Marta – e concordo con la tesi sostenuta dai due studiosi. Spesso occorrono risposte nuove e complementari, rispetto a quanto la psicologia ha raggiunto fino ad oggi, perché nella nostra società ci troviamo di fronte allo stravolgimento di alcuni aspetti della vita delle persone, come l’adolescenza prolungata, aspetti che hanno soprattutto una matrice culturale. In questo forse una sensibilizzazione nelle famiglie sarebbe positiva. I genitori sempre più spesso non hanno autorevolezza e senso dell’autorità e, ansiosi di avere un giudizio favorevole dei figli, li caricano di troppa responsabilità. E non si accorgono che spesso i figli a loro volta mandano un messaggio chiaro ai genitori : "Se mi vuoi bene dimmi di no"».
«C’è troppo rispetto della privacy – aggiunge Maria Bruna – e non si stabiliscono più confini con i figli. Molte patologie, dalle più lievi alle più gravi, nascono proprio dalla mancanza di un confine. La labilità del confine è dovuta anche alla fluidità eccessiva della struttura famigliare».

Tra i percorsi terapeutici proposti dal "Ciclo di vita" ci sono anche i corsi di counseling. Una parola per certi versi nuova, ma il cui significato è antico e si rifà all’arte della maieutica. «Il counselor – spiega Maria Bruna – è un accompagnatore, non nel senso letterale del termine. È una figura interessante perché non ti dà la soluzione ad un problema, ma svolge un intervento informativo, esplicativo per far sì che la persona mobiliti le proprie risorse per convivere meno dolorosamente con la propria situazione di vita. C’è uno scambio reciproco: "io aiuto te, ma tu aiuti me"»

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Pubblicato il 02 Dicembre 2005
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