Boom di avvocati. La corsa alla professione

Gli iscritti all'Ordine professionale, tra avvocati e praticanti, ha superato quota mille. Sergio Martelli presidente dell'Ordine spiega il fenomeno

C’ è il boom degli avvocati a Varese, il fenomeno per molteplici ragioni è interessante e ne abbiamo parlato con il presidente dell’ Ordine, Sergio Martelli.
Il record degli iscritti è stato toccato lo scorso febbraio, ben 1003 tra avvocati e praticanti che al 31 dicembre 2005, erano 1001. Un mese dopo però, era il 28 marzo, il calo a quota 937 ( 643 avvocati e 294 praticanti) dovuto all’ applicazione di una norma che, lasciando impregiudicato il diritto degli interessati a riprendere il cursus, consente all’Ordine di cancellare dall’elenco i praticanti dopo sette anni di iscrizione.
Gli iscritti alll’Ordine nel 2002 erano 847 (514 avvocati e 333 praticanti); nel 2004 946 (590-356); nel 2005 1001 (620-381). Da tempo le donne hanno intrapreso a tutto campo la carriera forense, già nel 2002 erano più numerose tra i praticanti e i 514 avvocati vedevano i maschi prevalere 306 a 208. Al 28 marzo scorso su 643 avvocati si registravano 347 maschi contro 296 femmine: un distacco quasi dimezzato. Ma è un dettaglio questo di una situazione ben più complessa che analizziamo assieme all’avvocato Martelli responsabile della guida dell’Ordine di Varese.

Che cosa ha determinato quella che sembra una corsa all’oro? Lo sviluppo delle attività del terziario, l’aumento della litigiosità dei varesini o dei reati perseguibili penalmente, la presenza delle Facoltà di giurisprudenza a Como e  Castellanza, il  fascino di una professione  che consente belle carriere….

«Credo che il notevole aumento degli avvocati e dei praticanti iscrittisi negli ultimi anni presso l’Ordine locale sia, come generalmente in Italia, dovuto principalmente alla difficoltà di trovare altrove un posto di lavoro. Infatti i sacrifici a cui va incontro un giovane collega ed in generale un avvocato, non necessariamente sono oggi compensati in termini di reddito, di serenità nel lavoro e di certezza nel futuro. Certamente il terziario si è molto sviluppato e con esso anche i diritti meritevoli di tutela, sempre più numerosi. Si pensi alla tutela della salute, alla tutela del consumatore, alla tutela delle persone non abbienti, ecc. Non credo che la presenza locale delle facoltà di giurisprudenza abbia contribuito a tale aumento, così come non mi pare che la popolazione della città di Varese sia diventata particolarmente litigiosa. La professione è certamente foriera di soddisfazioni, è avvincente e nobile, può essere ancora libera da tanti condizionamenti, si cala nelle vicende umane e sociali più interessanti, ma richiede sacrifici anche economici, che non tutti sono in grado di affrontare».

Per i medici  c’è il numero  chiuso e ci sono studi  nazionali che indicano le necessità future delle  varie specialità. Notai e farmacisti  a loro volta sanno di  incontrare barriere. Per voi c’è solo  la prospettiva  di una dura concorrenza.  Che fare?

«Il numero chiuso impedirebbe a tanti giovani di ampliare tale occasione di crescita umana e professionale e ciò non sarebbe una buona cosa. Tuttavia bisogna pensare che l’avvocato  deve tutelare al meglio il cliente. Un numero eccessivo di avvocati è difficile da controllare e da coordinare per quanto riguarda la competenza, la formazione, la disciplina e la coesione attorno ai principi comuni della professione. Si tratterebbe non più di una categoria coesa (già oggi vi sono forti tendenze, esterne ed interne, alla divisione). Il cittadino non sarebbe certo avvantaggiato ed ogni avvocato sarebbe sempre più soggiogato al proprio cliente, incapace di consigliarlo per il meglio, mantenendo il giusto distacco professionale.

La concorrenza è certamente un bene per migliorare la nostra professionalità, ma non deve svolgersi in una giungla ove solo i più furbi o i più ricchi possono avvantaggiarsi. Sono quindi necessarie le norme deontologiche che limitano la pubblicità, che impongono regole etiche di comportamento tra colleghi, con i magistrati e con i clienti, oppure i regolamenti che stabiliscono come si deve svolgere la pratica forense.

Gli Ordini devono potenziare la capacità di indirizzo dell’Avvocatura, i controlli, anche se la sempre maggiore complessità della nostra professione li vede spesso inadeguati rispetto alle esigenze attuali. Urge quindi la riforma dell’Ordinamento Professionale che affronti i nodi più difficili da sciogliere, tenendo anche conto della inevitabile integrazione europea. La chiusura corporativa è un errore se fine a sé stessa; dobbiamo essere decisi e chiari  nel fornire le risposte culturali che la società ci chiede, valorizzando soprattutto la nostra insostituibile funzione difensiva, costituzionalmente garantita».

Da  parte delle nuove leve c’è anche un modo diverso di  presentarsi sul  mercato: ci si  associa, si fa squadra. Si dà l’impressione di essere forti e affidabili, una garanzia per i  clienti.  E si diminuisce i costi di gestione  di uno studio.

«Fare squadra, associarsi, è un modo educativo, oltre che economicamente vantaggioso, di esercitare l’attività di avvocato. Educativo perché fa capire meglio i valori della solidarietà, della complementarietà professionale, del lavoro, prima del reddito, ecc. La sfida è anche quella di riuscire ad abbattere i costi degli studi professionali cercando di garantire al cliente una assistenza ed una consulenza seria e possibilmente a tutto campo. Non sempre tuttavia l’associazione è sinonimo di affidabilità: in un grande studio può capitare che il cliente si senta perso, non assistito a dovere, senza un professionista di riferimento. Quindi la squadra per essere valida deve essere costituita in funzione dell’utente, non solo per la comodità dei titolari».

 

I giovani avvocati  portano competitività  nel  foro varesino. Per la  “vecchia guardia” è all’allarme rosso? C’è realmente lavoro per tutti e comunque che cosa il presidente Martelli suggerisce perché l’attività professionale conservi il tradizionale  alto profilo e si creino nuovi sbocchi?
«Il Foro locale non è in allarme per la sfrenata concorrenza. Credo che ci sia ancora spazio per colleghi preparati ed onesti. Ci sono nuove opportunità di lavoro che solo 15/20 anni fa erano sconosciute. Bisogna cercare di sviluppare settori finora trascurati, difendendo con paziente tenacia l’esclusività di una professione che sola garantisce la piena ed efficace difesa dei diritti, in sede stragiudiziale e giudiziale. L’Avvocatura deve guardare al futuro con ottimismo, non perchè la carriera è una corsa all’oro, ma perché rappresenta una testimonianza unica di impegno e di servizio nella società».

L’Ordine varesino in che misura svolge attività tesa alla formazione e all’aggiornamento dei suoi giovani iscritti?

«Il Consiglio dell’Ordine continua ad organizzare corsi di perfezionamento, cercando di dare alla formazione un taglio pratico, anche mediante la recente istituzione della figura del tutor che segue dei gruppi di giovani durante i corsi per i praticanti che si svolgono da ottobre a giugno. Abbiamo organizzato delle lezioni in materie informatiche e suggerito nuove opportunità lavorative. Bisognerebbe migliorare il rapporto con i giovani praticanti cercando di spiegare dall’inizio della loro attività quali potranno essere le difficoltà che incontreranno, verificando concretamente le modalità della loro pratica, perché sia sempre dignitosa ed effettiva. Per la formazione abbiamo trovato dei preziosi collaboratori nei giudici del Tribunale locale, con i quali organizziamo convegni che riscuotono un notevole successo. Anche le associazioni locali degli avvocati contribuiscono a tal fine, in un rapporto sinergico che vede coinvolti anche docenti delle università presenti sul territorio. Nel dispiegarsi continuo di novità legislative che incidono, come la legge sulla privacy o sull’antiriciclaggio, anche sulle strutture degli studi legali  gravandoci di impegni spesso solo burocratici e di notevoli maggiori costi di gestione degli studi, credo che comunque, al di là della rincorsa degli aggiornamenti, occorra innanzi tutto una educazione ai valori comuni dell’Avvocatura, come desumibili dalla tradizione forense e dai principi scritti nel nostro codice deontologico, non per nulla sempre più considerato norma di riferimento per il mandato ricevuto dal cliente».   

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Pubblicato il 28 Aprile 2006
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