Innovazione: più cultura che business
La ricerca è stato l'argomento protagonista del Terzo forum a porte chiuse organizzato da Univa e moderato da Luca de Biase
In un paese dove lo stato investe l’1 per cento del Prodotto Interno Lordo in ricerca, cioè la metà di quello che investono Francia e Germania e un terzo di quello che investe la Svezia, la salvezza delle imprese è l’innovazione informale.
Quell’innovazione cioè che non ha fondi, che non brevetta, che quasi quasi non è capace di distinguere se stessa dal "normale lavoro" che tocca alle aziende. Ma esiste, altrochè se esiste, e si concretizza ogni giorno con il cambio continuo dei cataloghi aziendali, con le piccole invenzioni che migliorano e velocizzano i prodotti realizzati o i processi usati per realizzarli.
Insomma, quello che fanno la maggior parte delle aziende varesine, specie quelle medio-piccole, anche se nelle statistiche il numero di brevetti registrati in provincia è pari a quello della già prolifica provincia di Milano, territorio leader nella marchiatura delle invenzioni.
«Se la ricerca fosse misurata a numero di brevetti presentati, noi saremmo sempre tagliati fuori – confessa lealmente Fulvio Orsolini, della Condor’s Rubber di Fagnano, azienda che poroduce componenti in gomma per le imprese – il mio brevetto costa come quello di un aeroplano ma il mio prodotto vale 22 centesimi a pezzo: come faccio a pagare il suo brevetto come un aeroplano? Così seguo un altra strada: se un mio pezzo è presentabile sul mercato con determinate regole e costi, io lo metto su lmercato e lo vendo. E l’indomani qualcuno me lo copia. E il giorno dopo invento qualcos’altro. Il risultato è che per stare sul mercato io devo innovare continuamente».
Eccole qua, le aziende varesine. Si presentano così, a tutti i livelli: testa bassa sul lavoro, una rara percezione della capacità innovatrice delle loro aziende. Eppure c’è quella che produce tessuti d’arredamento e, dopo avere inventato il tessuto antiodore, antimacchia, antibatterico ora sta studiando i tessuti con chip inseriti che pemettano la localizzazione di chi li usa (è la Cavelli, di Busto). Quella che ha un catalogo di 8-900 novità all’anno da presentare alla clientela e che, invece di riempire tre valige per gli agenti, inventa un sistema di gestione della clientela via rete, che gestisce dalle posizioni economiche dei clienti alla scelta dei nuovi giochi da comprare con l’utilizzo di tablet pc e collegamenti internet (la Leader di Gazzada, distributrice tra l’altro dei più importanti giochi per playstation) che Microsoft ha considerato uno dei migliori casi di inovazione di marketing mondiale. O infine quella che per rinnovare un settore maturo come quello del condizionamento e della refrigerazione scopre delle innovazioni in giappone, e quando il giappone non può fornire più i pezzi riesce a realizzare un componente persino più avanzato del loro (la LuVe, di Uboldo).
Queste sono solo tre delle centinaia di storie che questa provincia può raccontare, emerse nel forum a porte chiuse organizzato dall’Unione industriali di Varese che ha visto attori principali della discussione anche il centro di ricerche di Ispra, la facoltà di Ingegneria gestionale della Liuc, dei rappresentanti di grandi aziende famose nel mondo come l’Aermacchi e la BTicino.
E che è stato moderato da un giornalista altrettanto ad alto tasso tecnologico come Luca de Biase, vicecaporedattore di Nova24 – l’inserto sull’alta tecnologia del Sole 24Ore – ma soprattutto uno dei guru in rete della nuova comunicazione. Che alla fine ha stimolato tutti gli attori a verificare se esiste un futuro e una soluzione all’ empasse produttiva del paese.
Ed è dalle aziende stesse che è arrivata la risposta: attraverso l’innovazione e la ricerca. Non con vuoti proclami però, ma con stimoli veri, e supportati con criterio: «le banche dicono tanto, ma quando chiedi un finanziamento per una ricerca di prodotto non ti fanno l’unica domanda intelligente, cioè "che cosa hai intenzione di fare con questi soldi?", ma domandano sempre"che cosa hai in magazzino come garanzia"». Si è domandato infatti uno degli intervenuti.
E gli stimoli veri, paradossalmente, non derivano dai finanziamenti puri e semplici, ma dalla curiosità di chi ricerca: questa è stata infatti la risposta di tutti. Perché un nuovo prodotto è frutto, prima ancora che di un business, di una cultura che stimola la curiosità, l’andare oltre quello che già esiste.
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