“Rifugiati a Varese”. Un impegno per l’integrazione
Al De Filippi un convegno organizzato dalla Caritas; la situazione dei richiedenti asilo è migliorata, ma resta ancora molto da fare

Mille rifugiati in dieci mesi, registrati dal primo gennaio al 31 ottobre 2006: l’aeroporto di Malpensa, da sempre terra di frontiera, ha battuto nell’ultimo anno un vero record nello sbarco di richiedenti asilo. Un fenomeno drammatico, che esige una risposta concreta e coordinata dal nostro territorio: è questo il tema di fondo del convegno Rifugiati a Varese, organizzato da Caritas Ambrosiana, dal Consorzio Farsi prossimo e dalla cooperativa sociale Le querce di Mamre per fare il punto sul problema dell’asilo e illustrare il proprio impegno.
Innanzitutto, una buona notizia: se tra gennaio e febbraio i rifugiati dovevano trascorrere in aeroporto almeno una settimana, con picchi di 20 giorni, prima di essere trasferiti nelle strutture di accoglienza, oggi la situazione è diversa. Grazie alla "cabina di regia" attivata dalla Prefettura, e all’impegno della Caritas e delle realtà ad essa legate (come il Consorzio Farsi prossimo, che in marzo ha reso disponibili 22 nuovi posti di "pronta accoglienza"), ora si ha una media di 36 ore prima che i rifugiati possano essere trasportati a un centro di pronta accoglienza. Centro che è all’inizio della "filiera" dei servizi gestiti dalla cooperativa Le querce di Mamre e che segue passo passo lo straniero che richiede asilo nel suo percorso di integrazione: prima lo "sportello rifugiati" a Malpensa, poi la pronta accoglienza, la prima accoglienza, fino ad arrivare alla rete appartamenti, in cui il richiedente asilo può essere ospitato durante la sua ricerca di un lavoro, e quindi di integrazione sociale.
Durante il convegno è stato presentato il volume Rifugiati a Varese, curato da Sara Zandrini, proprio sull’esperienza de Le querce di Mamre, che fotografa il sistema dei servizi di accoglienza ma va al di là di una semplice descrizione di strutture e cerca di capire chi siano i richiedenti asilo sul territorio varesino, individuandone anche la situazione giuridica. La Zandrini ha avuto modo di lanciare spunti di impegno per tutti, mostrando come sia necessario, ad esempio, che le imprese rinuncino a una manodopera a basso costo, e in nero, come spesso avviene, sfruttando a volte proprio i richiedenti asilo.
La tavola rotonda finale, Quale rete territoriale dei servizi per l’asilo? moderata dal direttore di Luce Saverio Clementi, ha rilanciato il problema di come trasformare un territorio come quello di Varese da terra di frontiera ad area in grado di gestire al meglio le politiche di integrazione. In realtà, come ha sottolineato Giuseppe Puzzo, vice prefetto aggiunto e responsabile del settore immigrazione, «Una rete di accoglienza già esiste ed è tra le migliori in Italia: colleghi di Roma si sono rivolti a me per capire come funzioni il meccanismo dell’accoglienza, dopo che erano stato consigliato loro di guardare proprio alla provincia di Varese come a un modello da seguire».
Presente anche la Questura, rappresentata da Dante Venuti, sovrintendente dell’ufficio immigrazione, e Angela de Santis, vice questore aggiunto in servizio nella polizia di frontiera. «Lo smarrimento di un immigrato è doppio di fronte ad una divisa – ha ricordato la De Santis in uno degli interventi finali – che spesso, in altri paesi, è sinonimo di violenza e aggressione. A volte ci scontriamo con situazioni davvero drammatiche, come il bambino abbandonato in area transiti o la donna in avanzato stato di gravidanza dopo un lungo e faticoso viaggio». Ciò che appare indispensabile è studiare seriamente per potere seriamente dare una risposta adeguata ai rifugiati anche dopo il riconoscimento dello status, evitando di abbandonarli a loro stessi e nello stesso tempo di perseguire un assistenzialismo perpetuo.
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