L’uomo? Un mistero difficile da risolvere

Al Teatro di Vareseuna sorprendente versione teatrale di "DElitto e castigo"; in replica stasera e giovedì

In una tragica solitudine, l’angoscia del fallimento di un progetto delirante: «Volevo diventare un Napoleone…per questo ho ucciso». E’ per dimostrare a se stesso di essere un uomo superiore, di potersi elevare al di sopra della coscienza e della morale degli uomini, che Raskolnikov ha ucciso la vecchia usuraia. Dalla scena del delitto si dipana il filo rosso del suo castigo: un lungo e ininterrotto stillicidio, che lo conduce sull’orlo della pazzia e lo salva solo quando deciderà di espiare la sua colpa attraverso la sofferenza.

L’adattamento di Glauco Mauri del monumentale "Delitto e castigo" di Fedor Dostoevskij, il più noto romanzo dello scrittore russo, appare come un efficacissimo cortometraggio delle idee: a raccontare la storia dell’assassinio di Raskolnikov, del suo dramma interiore e della sua conversione finale c’è solo lui, nei febbrili monologhi di Roberto Sturno, in dialogo con il giudice Porfirij (Glauco Mauri, che è anche adattatore e regista dello spettacolo) o con Sonja (Cristina Arnone). Tutto è ridotto all’essenziale, dalla scenografia alle vicende dei personaggi; resta l’anima di un’opera su cui Dostoevskij ha plasmato un mondo reale.
Come sottolineato da Mauri, «I personaggi di Dostoevskij sono sempre tragicamente molto vivi: assassini, prostitute, ladri, anime candide. Egli cerca di catturare l’attenzione del pubblico e, una volta che l’ha conquistata, si mette a parlare al cuore degli spettatori, per far loro capire che proprio nell’eccezionalità di questi individui fuori del comune possiamo ritrovare molti tratti di noi stessi». Il tutto senza ipocrisie o falsi moralismi, mettendo a nudo la mediocrità della natura umana. Oggi il "Delitto e castigo" a teatro ha mantenuto il suo spirito originario ma cambiato tempi e linguaggi: i ritmi sono quelli dei dialoghi serrati. Gli interlocutori sono un Porfirij apparentemente bonario e innocuo, in realtà di acutissima introspezione psicologica, magistralmente interpretato da Mauri, e una Sonja piena di fede e di speranza, la sensibile e delicata Cristina Arnone.

Al centro della scena Roberto Sturno incarna perfettamente un uomo colmo di odio verso il mondo, freddo e razionale ideatore di un omicidio che cade vittima del suo inferno personale; è proprio l’accanimento contro gli altri e contro se stesso a rendere ancora più commoventi gli atti con cui si compie la sua conversione, con Sonja prima e il giudice poi: momenti di applausi a scena aperta per gli spettatori dell’Apollonio. La fine dell’opera è in realtà un nuovo inizio per Raskolnikov, due persone sono state in grado di mettere in pratica ciò che Dostoevskij scriveva, diciottenne, al fratello Michail: «L’uomo è un mistero difficile da risolvere. Io voglio cercare di comprendere questo mistero perché voglio essere un uomo».

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Pubblicato il 17 Gennaio 2007
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