L’Insubria denuncia: «Il Comune non risponde da mesi»
Il professor Badaracco, che dirige il Dipartimento di biologia molecolare, chiede che vengano sbloccati i fondi per arredare la palazzina Manara destinata alla ricerca
La loro posizione è ottimale: a metà strada tra Varese e Milano. Abbinano la relativa tranquillità di un ambiente piccolo e familiare alla vivacità della dialettica scientifica della vicina metropoli. Ai Molini Marzoli, l’Università dell’Insubria ha due Dipartimenti scientifici: quello di biologia molecolare e quello di farmacologia. Da un anno, inoltre, ha aperto il "Centro di biologia molecolare", dove ricercatori dell’Insubria e degli atenei di Milano e Pavia si confrontano in un settore molto delicato anche per lo sviluppo futuro del sistema paese.
L’attività viene svolta negli edifici messi a disposizione dal Comune: una palazzina intera dove trovano posto le aule didattiche, un altro edificio in condivisione con altre realtà scientifiche, dove sono stati sistemati gli studi dei docenti.
Ultimamente palazzo Ghirardoni ha finito di ristrutturare un’altra palazzina, Villa Manara, in stile liberty, dove, nelle intenzioni dell’università, dovrebbero trovare spazio i laboratori scientifici: «I lavori sono ormai ultimati – spiega il professor Gianfranco Badaracco, responsabile del Dipartimento di Biologia molecolare – il problema, però, è che mancano gli arredi. Il Comune si era impegnato ad eseguire i lavori e a dotare la sede del mobilio: una spesa di circa 600.000 euro. Ma sull’arrivo di scrivanie, sedie e armadi è calato il silenzio. L’amministrazione comunale non ci ha fatto più sapere nulla. Il sindaco Farioli ha chiesto di rivedere la convenzione che lega l’istituzione accademica a quella amministrativa. Noi, però, facevamo affidamento su quella sede per avviare una serie di importanti lavori e collaboratori. Dovrebbe arrivare un celebre immunologo e vorremmo far rientrare uno scienziato varesino attualmente all’estero. Ma siamo bloccati».
Il trasloco, nei progetti del professor Badaracco, avrebbe dovuto avvenire a febbraio: «L’ateneo si era impegnato a far decollare a Busto la ricerca e noi stiamo mantenendo l’impegno. Chiediamo di poter continuare su questa strada».
I rapporti tra ateneo e Comune, però, sono tesi: all’origine la chiusura del corso per infermieri, dovuto, sostiene l’università, alle indicazioni del Ministero che ha ridotto il numero di posti attivabili.
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