Massimo Fini contro il nuovo totalitarismo dell’Occidente
Il giornalista e scrittore duetta su diritti umani e omologazione culturale con Paolo Pobbiati, presidente di Amnesty International Italia, sostenendo la non interferenza verso le culture "altre" dall'Occidente, pena la guerra civile
Una serata di grande interesse su temi scottanti e ricchi di spunti: è quella organizzata ieri sera ai Molini Marzoli da Comunità Giovanile e dal Gruppo 22 Legnano di Amnesty International , ospiti e relatori d’eccellenza il giornalista e saggista Massimo Fini e Paolo Pobbiati, presidente della sezione italiana di Amnesty International. Il tema era quello del rapporto fra diritti umani e omologazione culturale.
«Quando sento parlare di diritti umani, metto mano alla pistola» provoca subito Fini. «In nome dei diritti umani si sono aggredite la Yugoslavia, poi l’Afghanistan, l’Iraq». Fini condanna con durezza la pretesa occidentale di imporre la propria visione culturale a tutte le altre civiltà. Si tratta di un autentico «totalitarismo inconscio» che prescinde dalle profondissime differenze fra una società individualista come la nostra e altre a base clanico-familiare o tribale. Fini fa risalire la "malattia occidentale" del voler convertire il prossimo ad ogni costo fino ai primordi del cristianesimo, contrapponendo alle radici giudaico-cristiane il lascito greco-romano, che a suo dire riconosceva all’"altro da sè" una dignità propria. «L’Occidente oggi non accetta il diverso da sè» sentenzia Fini, prendendo la battaglia per i diritti della donna nell’Islam come pietra di paragone: un tema, osserva, che mobilita a favore della guerra anche le donne occidentali più pacifiche. Ma, insinua perfido, «se venissero degli ayatollah a farci la morale per la mercificazione del corpo femminile nella nostra società, cosa gli diremmo? Che è affar nostro, giustamente. Invece cerchiamo di impore una visione, di conquistare non solo terre, ma anime: siamo ormai come la Santa Inquisizione, che tortura e dice di farlo per il bene delle sue vittime».
«Di universale c’è la violazione dei diritti» ricorda Pobbiati, citando le vicende di un monaco tibetano per 33 anni prigioniero dei cinesi e di un giovane bengalese "passato per Guantanamo" per due anni come vicende di fatto eguali quanto a sofferenza, umiliazione, annichilimento della personalità. «Che siano universali anche i diritti me lo hanno fatto invece capire le vittime, spesso molto più legate alle loro differenti culture native di quanto lo siano gli oppressori. Siamo i primi a denunciare che dei diritti umani si fa un uso strumentale quando torna comodo, salvo dimenticarsene al momento opportuno. Le donne? Amnesty le difende ovunque nel mondo, dalle musulmane lapidate alle mogli sfregiate con l’acido nel subcontinente indiano, alle ragazze stuprate e picchiate da noi».
Fini, sulfureo e corrosivo, pur nel
ripudio personale della lapidazione e di ogni crudeltà, critica alla radice le battaglie "imposte da fuori" per salvare le varie Safye di questo mondo o contro la pratica (non islamica) dell’infibulazione, che solo ora si comincia a mettere in discussione in Africa. «La libertà sessuale della donna africana appare tuttora più piena che nella nostra società sessuofobica» sostiene Fini, includendo fra gli esempi di violenza culturale anche la riduzione alla fame di un’Africa un tempo autosufficiente, dovuta
alla sua apertura forzosa al mercato globale e all’esplosione demografica indotta dalla medicina occidentale. E anche a Kabul, i giovani afghani che "finalmente" possono comprarsi i DVD porno occidentali dopo l’oscurantismo talebano lo fanno rabbrividire come una forma di «stupro culturale». Pobbiati ricordava che «le culture possono evolvere» e che quella
cinese non è certo morta per aver smesso di fasciare i piedi alle
bambine – ma ciò è avvenuto per evoluzione interna favorita da
contatti con il mondo esterno. Ogni intervento contro pratiche crudeli,
deve avvenire prima che da fuori, da dentro le civiltà interessate.
Tutto è relativo al punto di
vista dell’osservatore, ricorda Fini. «Lo diceva già Montaigne nel Cinquecento che "per i cannibali, i cannibali siamo noi"». Peccato che il
relativismo… è relativo a sua volta, e dunque deve
talora ammettere qualche assoluto. Relativo, s’intende.
Al mondo, sostiene Pobbiati, sono rimaste solo due superpotenze, gli USA e l’opinione pubblica mondiale; e qui Fini inchioda Washington alle sue responsabilità, fra cui quelle di aver scientemente umiliato e delegittimato l’ONU. «La storia cambia, i salvatori di ieri possono essere gli aguzzini di domani» dichiara ancora Fini. «I popoli hanno anche il diritto di farsi la guerra in santa pace senza ingerenze esterne» tuona, riferendosi al Kosovo: «Prima che le maggioranze del momento, a determinare una terra è la sua storia». Ma è la profezia apocalittica conclusiva di Massimo Fini a dare da pensare.
«Si è scardinato il principio di nazionalità, che era univoco, per
imporre dei principi "universali" che non lo sono affatto. Così si
spacca l’Occidente, fra quelli che sostengono i soldati in Iraq o
Afghanistan, e quelli che più o meno segretamente parteggiano per i
ribelli. Prevedo a medio-lungo termine una guerra civile in tutto l’Occidente». E non sarà fra destra e sinistra. Il tutto in una società guidata da un modello folle, in cui, afferma citando il Papa, «la tecnica applicata in
modo massiccio produce disastri e asservisce l’uomo, e lo sviluppo è diventato nemico dell’umanità: il problema non è come crescere, ma come decrescere».
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