Pace in Medio Oriente: ci sono le condizioni, mancano i leader

Shlomo Ben Ami, ex ministro degli Esteri israeliano, ad Amor di libro. Una lucida lezione di storia e di politica internazionale su Israele

Illuminista e illuminante. Tale è stata la presenza di Shlomo Ben Ami, ex ministro degli Esteri israeliano, ad Amor di libro. Una lucida lezione di storia e di politica internazionale che ha contribuito a spazzare via molti luoghi comuni sulla questione arabo israeliana. Ben Ami, affiancato da una traduttrice, dopo l’introduzione del sindaco Attilio Fontana, ha risposto alle domande dei due consiglieri comunali Fabio Binelli (Lega Nord) e Roberto Molinari (Margherita).

Come raggiungere la  pace – Sull’esistenza o meno di una leadership politica che possa condurre, anche attraverso più tappe, a un processo di pace in Israele, Ben Ami è stato categorico: «La storia di Israele  insegna che per arrivare a un processo di pace  occorrono due condizioni, che si devono incontrare:  i tempi maturi e la presenza di leader politici capaci di gestire questo processo, come accadde con Begin e Sadat. Per quanto riguarda i tempi, direi che sono maturi, perché i politici hanno esaurito tutte le loro possibilità, perché avanza il fondamentalismo islamico che minaccia le élite conservatrici e soprattutto per la presenza dell’Iran, che rappresenta una minaccia per il mondo arabo, più di quanto lo sia Israele. Purtroppo i leader non ci sono. Il governo israeliano è debole, Abu Mazen è una brava persona, ma non è Arafat, che era capace di tenere insieme tutte le anime del popolo palestinese. Mancando la leadership dei due paesi, occorre imporla dall’alto. E allora un ruolo importante potrebbe giocarlo L’Unione Europea. Se in questo momento arriva una proposta di pace  al telefono, in Israele il telefono è spento».

Israele e il sionismo – Lo stato di Israele è il frutto della caparbietà degli immigrati ebrei, soprattutto dopo la Shoah, che hanno creduto nel progetto sionista. Oggi, però, parlare di  sionismo ha un significato diverso rispetto alle origini. «La gente non parla quotidianamente di sionismo, ma c’è un dibattito di fondo sull’argomento. Dopo il 1967, una parte degli israeliani iniziò una sorta di deriva messianica, sentendosi legittimata e autorizzata da Dio a occupare la Giudea e la Samaria e a espropriare le terre ai palestinesi; mentre un’altra non condivideva questo atteggiamento. Per me sionismo significa ottenere una maggiore qualità della vita per tutti, una società migliore per te e per gli altri, una scuola migliore, un lavoro dignitoso. Ci deve essere pace nel tuo vicino se vuoi che ci sia pace a casa tua».

Una guerra di storia e di miti religiosi – La questione israelo-palestinese, secondo Ben Ami , non è solo una questione di proprietà della terra, bensì di identità, di storia millenaria, di moralità e di etica «history, memory,  morality, ethos». «Io avevo molta stima e simpatia per Arafat. Lui, però, riconosceva a Israele un’identità politica, ma non morale. L’esempio è la montagna del tempio a Gerusalemme, dove ci sono le moschee e dove tutti sanno che sotto quelle moschee c’è il tempio di Re Salomone. Ebbene, io quando ero ministro avevo partecipato alla proposta di un accordo in cui ero disposto a cedere la sovranità piena ai palestinesi della montagna del tempio, rinunciando quindi agli scavi archeologici, ma chiedevo in cambio ad Arafat l’ammissione esplicita nel trattato di pace che sotto quelle moschee c’era il tempio di Re Salomone. Lui rifiutò perché quell’ammissione significava riconoscere le radici millenarie del popolo di Israele».

Hamas, Al Qaeda e la democrazia islamica – Nessuno si aspetterebbe da un ex ministro israeliano una presa di posizione dura nei confronti degli Stati Uniti, della politica di Bush e del modello di esportazione della democrazia. Ben Ami spiazzerebbe chiunque. «È  sbagliato dire che nei paesi islamici non c’è democrazia. C’è un’unica scelta, tra dittatura secolare e democrazia islamica. Sarebbe sbagliato andare a imporre un nostro modello. Il potere di Hamas in Palestina, ad esempio è più che legittimo, e affermare che Hamas è come Al qaeda è un grave errore, perché la decisione di Hamas di partecipare alle elezioni fa parte di un percorso politico che puo’ significare un primo passo verso la pace. Gli Usa sbagliano perché non capiscono e continuano ad appoggiare dittatori corrotti e inadeguati, piuttosto che riconoscere questo processo. La società più democratica del mondo arabo è quella palestinese, li c’è un’élite sofisticata. Non dare uno spazio legittimo ai fondamentalisti islamici è un grave errore. Persino il re del Marocco ha detto che, se alle prossime elezioni vincono loro, ci farà un compromesso. Ognuno ha il suo metodo e questo metodo va rispettato».

Un muro e due stati – «Il muro che divide i territori occupati e Israele lo ha voluto la sinistra di Rabin, perché per Sharon e la destra quel muro è una sconfitta filosofica, in quanto voleva dire riconoscere una territorialità, un confine e quindi un’identità. Molti di noi, io stesso, vogliono lo Stato palestinese perché sono convinti che sia un diritto di quel popolo, diverso è volerlo per paura degli attentati. Sharon aveva capito questa cosa a 80 anni, io a 16».

Ci sarà un leader della pace in futuro? – Scarseggiano da una parte e dall’altra personalità in grado di gestire il processo di pace. L’uscita di scena di Arafat e Sharon ha lasciato israeliani e palestinesi orfani di un vero progetto di pace. «Olmert è debole. Il Re di Giordania è intelligente, ma deve gestire al suo interno una situazione complessa. L’unico che è riuscito a metterli intorno a un tavolo recentemente è stato il re saudita. Dall’altra parte manca uno come Begin, che apparteneva alla destra israeliana ma era un romantico. Il sindaco di Varese non me ne voglia , ma ricordava molto Mazzini e Garibaldi. D’altronde il primo libro sul sionismo “Roma e Gerusalemme” si rifaceva al Risorgimento italiano»

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Pubblicato il 31 Maggio 2007
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