Grandi giornali e grandi Giri: il sistema che regge il doping
Pubblichiamo il secondo intervento di Lorenzo Franzetti (Ciclismo) sui casi che stanno scuotendo il Tour de France
Cara redazione di VareseNews
anzitutto rispondo al signor Donatoni che mi chiede di scrivere un libro: quando ne avrò l’autorevolezza lo farò. Promesso.
Nel frattempo, mentre ieri terminavo la mia lettera, la situazione si è ulteriormente evoluta. In peggio.
Ne approfitto, se può essere utile, per fornire ai lettori quache spunto in più per valutare correttamente quanto sta accadendo nel ciclismo: in Europa, gli organizzatori dei grandi Giri (Tour, Vuelta, Giro) sono anche proprietari o controllano più o meno direttamente i principali mezzi d’informazione che trattano questo sport. Quasi tutto quello che il lettore vede sul quotidiano francese L’Equipe (il più venduto in Europa) e sulla Gazzetta dello Sport, per esempio, è in funzione della tutela di un preciso interesse economico. Non a caso, oggi, la rosea pubblica accanto al bollettino di guerra dal Tour, un resoconto trionfalistico a proposito dell’immagine del Giro d’Italia (organizzata dallo stesso giornale). Giro d’Italia, ricordiamo, segnato dal caso Basso e con un vincitore, Di Luca, inquisito per doping e in forte odore di squalifica.
Ecco, allora, perché le campagne contro il doping sono sempre dirette contro i soli corridori, ma non al sistema: perché LORO stessi, giornali e organizzatori, sono il sistema. Ma fino a ieri, e forse ancora oggi, il doping è anch’esso parte di questo sistema perverso: ecco perché i corridori fanno fatica a voltare pagina. Perché per quindici anni, il ciclismo (soprattutto quello delle grandi corse a tappe) è andato avanti a colpi di siringa: andate a vedervi gli albi d’oro di Tour, Giro e Vuelta degli ultimi anni. Non ce n’è uno che non sia stato macchiato dal doping: evidentemente, fino a un po’ di tempo fa, il sistema rendeva indispensabile il doping per vincere e lo tollerava. Ora, però, il business sta andando in crisi e allora…
Una possibilità di cambiamento, ora, arriva in Italia dall’azione del nuovo procuratore antidoping del Coni, Torri: per la prima volta, le sue inchieste stanno cercando di scardinare proprio il sistema, offrendo ai corridori la possibilità di collaborare. Per ora, purtroppo, non sta ottenendo risultati eclatanti, squalifiche a parte.
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