Il “terzo tempo” e la rinuncia del papa

Il senatore Paolo Rossi interviene sulla rinuncia di Ratzinger a inaugurare l'anno accademico alla Sapienza

La rinuncia di papa Ratzinger a recarsi all’Università di Roma per l’inaugurazione dell’anno accademico e, nel medesimo tempo, lo spiegamento di forze (reparti antisommossa compresi) ch’era stato previsto per garantire l’incolumità del pontefice, gettano un’ombra lunga sulla storia repubblicana del nostro Paese.

Si sono esaurite da poco le celebrazioni, come sempre sospese tra fastidio e fascino, del trentennale del Settantasette, quando Luciano Lama – come non possono ricordare direttamente gli appartenenti alle generazioni odierne di studenti universitari – fu costretto ad andarsene dopo aver interrotto il suo discorso in quella stessa sede. Naturalmente non vi è ragione di operare forzature storiche per sovrapporre o mettere anche soltanto sullo stesso piano due episodi così diversi. Tuttavia non posso non notare che la cultura politica che ha generato simili avvenimenti – ferma restando la differente collocazione nello spazio e nel tempo – non appare variata di molto nelle sue linee essenziali; e, in breve: la non-accettazione dell’altro da sé, la tolleranza percepita alla stregua di debolezza, il non concedere spazio e territorio a chiunque sia percepito come avversario, e dunque come nemico.

Qualche giorno fa – intervistato nel «Corsera» – Pierluigi Bersani sottolineava come il parlamentare non sia pagato per interpretare tutte le mattine la sua coscienza, ma per decidere tenendo conto della coscienza di tutti. Ed è proprio questo il punto, se vogliamo leggere l’accaduto al di fuori di strumentalizzazioni e forzature ideologiche.

È bene, cioè, leggere le ragioni e i torti, in ogni caso, fuori da un atteggiamento di chiusura e dalle logiche di appartenenza. Perché il laicismo esasperato è la punta dell’iceberg di una grande trasformazione, tipologica, interna, che ha investito alla radice il nostro Paese, diversificando e rendendo più complessi non solo i modelli comportamentali ma le derive morali che vi sottostanno. L’odierna società italiana, fluida ormai per antonomasia e densa di contraddittorietà evidenti a diversi livelli, può essere compresa nel suo complesso solo attraverso lo sforzo di uno sguardo allargato. Integralismi e chiusure conducono alla desertificazione, a una fortezza Bastiani, sulla falsariga di Buzzati, ormai sospesa fuori della storia da cui si attende l’arrivo del nemico.

Senza il confronto ciò che prevale ed emerge è la chiusura, e il Paese può crescere solo sul terreno del dialogo: se il Partito democratico vuole davvero rappresentare quella forza nuova e riformista che, a ragione, si propone di essere, deve partire di qui. Senza una cultura del rispetto anche il cosiddetto "terzo tempo", recentemente sperimentato sui campi di calcio, si riduce a una simulazione teatrale, all’involontaria parodia dello spirito sportivo.

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Pubblicato il 16 Gennaio 2008
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