Ascanio Celestini al Fratello Sole con “Scemo di Guerra”
Appuntamento venerdì 7 marzo alle 21,15 con la "narrativa teatrale popolare": l'attore racconterà la Roma del 1944 attraverso gli occhi di un bambino (suo padre) e di uno "scemo di guerra"
Il teatro Fratello sole di Busto Arsizio (via Massimo d’Azeglio) accoglie sul suo palco Ascanio Celestini. Nell’ambito della stagione teatrale "Bussole", che ha visto un pubblio crescente, andrà in scena "Scemo di guerra", lo spettacolo-monologo del popolare attore, già premiato dal successo a Varese.
Celestini è artista importante di un teatro chiamato di narrazione che si dovrebbe definire, nel suo caso, narrativa teatrale popolare, di quella popolarità dei racconti di strada, del racconto, come se fosse di nuovo quel "chiacchierare tra famiglie, nel tempo del ‘fine giornata di lavoro’ sull’uscio di casa". Le storie narrate da Ascanio Celestini coinvolgono memoria personale e collettiva, per questo le sue parole che parlano anche di "questioni di un tempo", arrivano dritte alle coscienze delle donne e degli uomini d’oggi.
L’appuntamento con "Scemo di Guerra" è per venerdì 7 marzo 2008 ore 21.15. Il biglietto d’ingresso costa 16 euro.
Lo spettacolo, scritto, diretto e interpretato da Ascanio Celestini, è prodotto da Fabbrica – La Biennale di Venezia.
La vicenda narrata ha per teatro l’occupazione americana di Roma, il 4 giugno 1944, a nazifascisti in rotta. Il giorno della liberazione, per i più, ma non certo la fine dei problemi spiccioli di sopravvivenza. A raccontare quei giorni ci penseranno un bambino di otto anni e uno "Scemo di guerra". Il piccolo è il papà di Ascanio Celestini, che per tutta la vita ha ricordato il giorno in cui rischiò di morire per una cipolla, e lo "scemo di guerra" è il padrone di quella cipolla, per la quale era pronto ad uccidere. Questo e molti altri racconti di episodi ora buffi, ora tragici, costituiscono il fil rouge di una narrazione a getto continuo, in pieno Celestini-style, in cui entrano i fatti della guerra interpolata con quelli dell’umile gente della strada in una Roma devastata moralmente e materialmente, ma più vitale che mai.
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