Martini, un cristiano moderno
Dialogo con i laici e le altre religioni, ragionar lucido su questioni scottanti come aborto e eutanasia. Non per niente c'era chi lo voleva papa della modernità. E ora prega a Gerusalemme. In attesa di tornare in Italia?
Che Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano per 22 anni fino al 2002 e per tanto tempo "tifato" come papa per le sue straordinarie capacità di dialogo, sia a Gallarate e possa rimanerci è una notizia che, per chi soffriva della sua mancanza, sarebbe davvero bellissima.
La diocesi milanese sotto la sua guida, negli intensi e laicissimi anni che vanno dal 1979 al 2002, ha cambiato pelle e stile. Soprattutto, ha dato prova di sapersi confrontare con la modernità e con il mondo che cambia: tra le iniziative che i fedeli della diocesi, e i milanesi in partivcolare, non dimenticano c’è per esempio la cattedra dei non credenti, dove chi non credeva in Dio spiegava ai cristiani in cosa non credevano, cosa li faceva dubitare: insegnando un dialogo profondamente umano tra laici e cattolici e un modo per andare oltre il luogo comune dalla “doverosità” di credere del cristiano.
Ma anche l’abitudine che ha instaurato lui alle annuali lettere pastorali: scritte con la sua scrittura chiara e mai banale, avevano molto da dire ai credenti sia infervorati che tiepidi che ogni anno la ricevevano a Natale. Sue sono, infine, anche le tante iniziative di dialogo con Ebrei e Musulmani, che si sono rivelate importante segno dei tempi che gli altr i non avevano colto con la stessa intensità e che continuano,intensificate, ancora ora a Gerusalemme.
Uomo di grandissima cultura e gesuita atipico, uomo di parola, relazione ma anche profonda spiritualità, il torinese Martini studiò oltre che alla scuola dei padri gesuiti della sua città anche all’Aloisianum di Gallarate, dove soggiorna in questi giorni con ben altri scopi che lo studio.
Malato di morbo di Parkinson, dopo l’abbandono della carica di Arcivescovo di Milano a la sua sostituzione nel 2002 con il cardinale Dionigi Tettamanzi, si è ritirato a Gerusalemme al centro di studi biblici dove fa quello che aveva promesso di fare: cioè studiare e pregare. Gli unici, scarsi interventi del cardinale in questi ultimi anni hanno però fatto rumore, come il noto “dialogo sulla vita” con il professor Marino sull’Espresso dove prende posizioni di difesa della laicità dello Stato su argomenti come aborto, fecondazione assistita, accanimento terapeutico, e alcuni interventi sul Sole 24 Ore tra cui i più noti sono quelli che prendono spunto dalla sua esperienza di malattia e dal caso Welby per parlare di morte e di eutanasia e quello che fa appunti sul “motu proprio “ di Benedetto XVI riguardo la messa in Latino con il suo consueto garbo di cardinale profondamente attaccato alle scritture e al Concilio Vaticano secondo che, negli ultimi tempi, invece sta andando un po’ in disuso.
Per quello saremmo felici di sapere che fosse già a Gallarate (quindi in grado di leggere i giornali italiani) alla notizia che un percorso da lui iniziato nel 1995, cioè quello di riformare il lezionario ambrosiano – che prevede tra l’altro un nuovo modo di scandire le letture del Vangelo e della Bibbia durante la messa e che doveva essere "sistemato" fin dai tempi del concilio Vaticano secondo – è finalmente andato in porto, proprio in questi giorni di Pasqua e sotto la sicura egida del suo valido successore Dionigi Tettamanzi.
E saremmo anche molto felici di riaverlo qui, in Italia, a Varese. A curarsi, certo. Ma anche a vigilare sulla Chiesa del terzo millennio che sembra voler tornare alle tradizioni più antiche della Controriforma, alla faccia della nuova modernità e di un mondo che sempre più al cristianesimo sta sfuggendo.
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