È la legalità a portare sicurezza e non viceversa

Il senatore del Partito Democratico Paolo Rossi interviene sul decreto che introduce il reato di clandestinità

Giunti alle soglie della stagione estiva, assisteremo rassegnati ai quotidiani servizi dei telegiornali sull’impennarsi delle temperature insieme con i relativi consigli e con lo scarto, ormai divenuto quasi d’obbligo a viatico consolatorio, che corre fra le temperature reali e quelle percepite. Più seria disamina, secondo simili parametri, meriterebbe la questione della sicurezza (e il Pacchetto del Governo predisposto a tal fine) giacché, anche in questo caso, per ciò che concerne un problema così complesso, si potrebbe affermare che la sicurezza percepita è certamente tanto importante quanto quella reale.

È chiaro che non si può vietare la vendita dei martelli per paura che qualcuno vada a romperlo sulla testa del vicino, e non è pensabile interdire la circolazione delle auto affinché siano eliminati gli incidenti stradali o quegli atti di pirateria cui abbiamo assistito recentemente. Compito dello Stato è predisporre una serie di misure affinché il cittadino possa essere tutelato: in sintesi non solo sia sicuro, ma soprattutto senta di esserlo, nell’adempimento dei doveri e nel rispetto delle regole.

Da problema reale la sicurezza, coinvolgendo inevitabilmente quell’insieme di fattori che ne rappresentano premesse e conseguenze, e di fatto l’applicabilità o meno delle leggi, è divenuta materia di facciata, oggetto cioè di una strumentalizzazione a fini elettorali e non solo.

Volendo tentare una sintesi, in un’epoca come la nostra in cui alcuni temi di vasta portata risultano politicamente ibridati, si potrebbe tornare a una storica quanto celebre definizione secondo la quale la sinistra giudica l’uomo libero ma concepisce la società in astratto, mentre la destra vede l’uomo com’è nella realtà, ma lo assoggetta a un destino nemico. La discussione, con la titubanza e la conseguente marcia indietro del Governo, sulla clandestinità come reato ha messo in luce, a mio avviso due elementi politici di rilievo: il primo è fin troppo esplicito ed è rappresentato dal peso che la Lega avrà inevitabilmente sui temi concernenti l’immigrazione. Il secondo, d’ordine più generale, è di carattere più squisitamente filosofico: il passaggio dalla condizione di clandestinità da reato vero e proprio ad aggravante – così come è avvenuto per la successiva proposta di allestire quartieri a luci rosse – è un elemento che traccia una deriva ben precisa che in un linguaggio spiccio si può riassumere come spazzare la polvere sotto il tappeto.

Il punto, a mio giudizio, sta da un’altra parte: è la legalità a portare sicurezza, ma non viceversa. Il vero tema bipartisan, che dovrebbe far confluire in una direzione gli sforzi del Governo e dell’Opposizione, dovrebbe essere il ripristino della legalità, una vera riforma del processo penale: in sintesi la certezza della pena. Un Paese geograficamente esposto ai flussi migratori e strutturalmente privo di sanzioni è condannato a vivere nella paura, alimentando l’incertezza e il sospetto verso l’altro da sé. La cosiddetta "Tolleranza zero" val poco più di uno spot pubblicitario: sostenere come Umberto Bossi che "ognuno è padrone a casa sua" è una affermazione, altrettanto propagandistica, risibile a livello condominiale, figuriamoci a quello nazionale. Una polizza assicurativa non impedisce il verificarsi di sinistri: il problema della sicurezza non si risolve con il semplice aumento delle forze dell’ordine sul territorio o con il poliziotto di quartiere. Il punto è quale natura deve assumere, quale identità vogliamo che assumano quel territorio e quel quartiere: a Bossi piacerebbe, probabilmente, disporre di forza lavoro senza pagare alcun prezzo da un punto di vista sociale, avere in sostanza a disposizione una casta di invisibili. Ma, rispetto al tempo della sicurezza e alle trasformazioni ormai macroscopiche della società italiana ed europea, la politica rischia di rimanere un passo indietro. Essere padroni in casa propria non ha alcun senso, se quella casa e la nostra libertà di espressione è minacciata.

Ognuno di noi vorrebbe una bacchetta magica per cancellare i mali che affliggono il nostro tempo, ma questo, come ci insegna la storia dell’integrazione fra i popoli – un percorso difficile, irto di contraddizioni e difficoltà, fra accettazione e rigetto – è una pura utopia. Oggi, oltretutto, all’integrazione culturale si coniugano gli interrogativi sollevati dalla convivenza fra fedi e religioni diverse, per non parlare della differenza che, anche a livello giuridico, comporta l’essere clandestino o irregolare: quante persone in Italia sfruttano mano d’opera a nero e senza tutela per il lavoratore, salvo poi tuonare contro gli immigrati?

La guardia più forte è posta ai cancelli del nulla: nel «Corsera» di ieri Giuseppe De Rita scriveva di una società sempre più ripiegata su se stessa, che ha perso luoghi, occasioni e meccanismi di integrazione sociale. Sono convinto che i due aspetti su cui si deve operare debbano essere affrontati contemporaneamente e con lo stesso impegno: lavorare a una giustizia seria, alla tutela del giusto processo, a un ripristino della legalità che si traduca nel fatto che vi sia certezza della pena per chi delinque (pur nel rispetto, com’è ovvio, delle libertà fondamentali della persona sancite dalla Costituzione), ma, d’altro canto, al raggiungimento di un possibile modello di integrazione che è la sola vera polizza assicurativa affinché le periferie italiane non si tramutino nelle Banlieus parigine. Perseguire una sola di queste due strade porterebbe da un lato a una repressione inefficace e di facciata, mentre dall’altro a un inutile garantismo.

Il vero obiettivo piuttosto è, o dovrebbe essere, colmare il divario che oggi sempre più si avverte fra la sicurezza percepita dai cittadini e quella reale.

 

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Pubblicato il 10 Giugno 2008
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