Martica, no alla “riapertura mascherata” della cava

La commissione ambiente del comune boccia il piano provinciale

Adesso c’è anche una presa di posizione ufficiale, la commissione ambiente del comune è contro il piano di recupero della cava della Rasa. Lo ha sancito ieri, 16 dicembre, l’assemblea di commissione, all’unanimità. Il piano cave della provincia , come modificato dalla Regione Lombardia, ha inserito in una nota l’indicazione della messa in sicurezza e recupero della montagna, concedendo a chi effettuerà l’intervento di commercializzare fino a  2,5 milioni di metri cubi di pietre (una quantità 3 volte maggiore a quanto scavato in 30 anni). In soldoni, dicono i consiglieri, è una "riapertura mascherata". Anche se con un intento corretto. Mettere in sicurezza la montagna, che gli studi dicono essere pericolante.

Il piano di recupero è una riproposizione di quello del 2002: decapitare la montagna di circa 10 metri e consolidare la fiancata. Chi dovrà farlo? I proprietari della cava si erano già proposti da tempo, ma in cambio del servizio vogliono vendere il conglomerato ricavato dalle pietre della Martica. L’impatto ambientale, sarebbe forte. Si parla di almeno 15 anni di transito di camion. Proprio a questo proposito, si è discusso anche della realizzazione di un secondo ponte stradale sull’Olona alla Rasa, un ponticello che serve proprio per permettere il passaggio di camion pesanti. “Qualche sospetto viene” ha detto Pippo Pitarresi del Pdci.

I consiglieri temono uno scavalcamento del comune. E anche il presidente della Circoscizione 3 ha chiesto spiegazioni. Contro, si erano già espresse le associazioni ambientaliste.  Per questo, Angelo Zappoli (Prc), aveva chiesto la posizione dell’amministrazione. Ma l’assessore all’ambiente Federiconi non si è presentato. I tecnici hanno confermato  che la cava Soffiantini è di fatto pericolosa. La Martica ha subito trent’anni di escavazioni, dalla cime partono feritoie nel terreno, che stanno causando una lenta erosione dovuta all’acqua. Che gratta la terra e mette la zona a rischio frane. Dal 1993 è ferma, quando venne realizzato un primo consolidamento. Nel 2002, uno studio di parte dei proprietari proponeva un piano di sistemazione scavando fino a 2 milioni di metri cubi.  Nel 2004, uno studio di parte pubblica (il consorzio del Ticino, specializzato in studi su cave) fece una seconda proposta: mettere in sicurezza, ma estraendo solo 1,3 milioni. La Regione Lombardia ha scelto invece una soluzione larghissima, fino 2,5 milioni.

La commissione vuole l’opzione zero. Così si sono espressi i consiglieri Giampaolo (Forza Italia), Laura Siluri (Lega), Alessio Nicoletti (Movimento libero, che ha proposto la votazione), Francesco Maresca (Pd),  Pippo Pitarresi (Pdci), Vanetti (Ps) e il presidente della commissione ambiente Stefano Clerici (An). La commissione ambiente chiede che venga realizzato un nuovo studio, per capire se la messa in sicurezza possa avvenire senza riaprire di fatto la cava. Una soluzione poco onerosa è stata paventata: far riempire il buco della cava ad aziende che devono smaltire materiale di scavo, offrendo una alternativa al costoso smaltimento.

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Pubblicato il 17 Dicembre 2008
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