A Nasca, tra russi, nazisti e lumache, la terra si tinge di Verderame
Torna Michele Mari, scrittore milanese da sempre villeggiante nel varesotto, per raccontarci una lunga estate sulle sponde del lago Maggiore all’insegna del mistero
Verderame (Einaudi) è la curiosa e surreale autobiografia di un ragazzino in vacanza dai nonni, ed è anche l’ottavo romanzo di Michele Mari.
Michele Mari invece chi è?
«Docente di letteratura presso l’Università Statale di Milano e ancora scrittore con opere pubblicate dai principali editori italiani.
Ma nello specifico, cos’è che lo lega al Varesotto?
L’infanzia.
L’infanzia costellata da lunghe e silenziose estati che lo scrittore milanese trascorreva nella residenza estiva dei nonni, in una piccola frazione di Castelveccana chiamata Nasca, che – dalla cima della valle – domina il lago Maggiore.
E proprio a Nasca è ambientato Verderame e tra le sue righe rivive l’estate del 1969, che scorre col passo lento e cadenzato di tutte le estati lacustri. Michele, tredicenne solitario di carattere ma straordinario in quando a intuito, per spezzare la monotonia di quei giorni diviene prima salvatore e poi preda dell’inarrestabile decadimento della memoria di Felice, vecchio e burbero factotum della casa dei nonni, che nelle prime pagine il ragazzino lo descrive come un mostro, dal viso butterato, complicato dal naso “bitorzoluto e spugnoso, come quello di un cirrotico” ma di cui presto ci rivela il lato umano, scoprendo che al di fuori della sua visione fantastica, Felice è un uomo solo e anziano che vede “il mondo rimpicciolirsi a poco a poco perdendo i suoi pezzi, pezzi che erano cose, che erano parole, che erano luoghi, che erano ricordi”. Nasce così un’amicizia profonda, con Michele (Michelìn, come lo chiama Felice incapace di esprimersi senza il dialetto lombardo) intento a inventarsi mille trucchi per tenere ancorata la memoria nella testa dell’amico. E proprio la memoria diventa l’elemento portante della vicenda: nei mille buchi dei ricordi smarriti del vecchio, il ragazzo (e con lui il lettore) viene catturato dal desiderio di scoprire di più sulla vita di questo “mostro” senza passato. Sapere come e quando era arrivato lì, sapere dei suoi genitori e magari capire il perché del suo odio verso le lümàgh frances, che Felice ogni giorno trucida imprecando.
Così, col passare dei capitoli e delle indagini del Michelìn, vengono a galla dettagli che abbracciano la storia più recente e tragica della nostra epoca, con gli echi della seconda guerra mondiale che si ripercuotono ancora nella vita degli abitanti di Nasca, portando alla luce vicende ormai sepolte, come i militari francesi che a un certo punto (è giusto non dire né dove né perché) verranno riesumati con tutte le conseguenze del caso.
Quello che convince fin da subito di questo romanzo è l’affascinante contrapposizione che vede unirsi una profonda psicoanalisi a un soggetto apparentemente insignificante come Felice, risvegliando archetipi dal sapore junghiano; il tutto descritto con una dialettica raffinata – da sempre il biglietto da visita di Mari – che riesce a dar vita a un romanzo brillante striato da due H: una di humour e l’altra di horror. Sembra strano, ma in quest’opera lo sposalizio tra questi generi è quasi perfetto: uniti si annullano a vicenda lasciando il racconto libero di catturare il lettore e portarlo nei recessi reconditi dell’animo umano.
Durante la lettura di un romanzo nascono spesso domande e curiosità che si vorrebbe rivolgere all’autore. In questo caso ne ho la possibilità, così ne approfitto subito:
Caro Prof. Mari, leggendo Verderame salta subito all’occhio le analogie tra lei e il protagonista. Quanto c’è di autobiografico in questo romanzo?
Sicuramente è autobiografica tutta la prima parte del romanzo (amnesia esclusa, però), fino a quando la storia non prende una strada fantastica.
E “il Felice”? E’ realmente esistito?
Il Felice è realmente esistito, ed era proprio come l’ho descritto.
Il romanzo abbraccia qua e là argomenti che sfiorano l’esoterismo. Da cosa è scaturita questa idea? È stata un’esigenza o solo un gioco per creare tensione narrativa? Perché di primo acchito si ha la sensazione che queste “escursioni” improvvise abbiano poca attinenza con il racconto, mentre in realtà aggiungono una nuova dimensione alla storia, dotandola di uno spessore inatteso.
Non saprei rispondere: so solo che la storia mi si è sviluppata così, e che l’esoterismo ne era una parte naturale ed essenziale. Più che di esoterismo parlerei però di “fantastico”, nella tradizione sette-ottocentesca del termine.
Nei suoi romanzi torna spesso il tema dell’infanzia, un’infanzia però gravata da sentimenti di malinconia e non solo (ricordo Tu, sanguinosa infanzia – Mondadori). Mi chiedo che responsabilità abbiano in questa visione a tratti dolorosa le estati trascorse sul lago Maggiore.
E’ molto semplice: avendo passato in quella casa tutte le estati della mia infanzia e adolescenza, ed essendo state un’infanzia e un’adolescenza tristi, è automatico che quei luoghi siano saturi per me di malinconia e di angoscia.
Sempre parlando dei luoghi, non le è sembrato strano ambientare un racconto con risvolti così ampi in una zona dall’aspetto in fondo tanto mite come il varesotto “il cui solo nome mi sembrava la negazione di ogni ipotesi fantastica”?
No, alla luce della risposta precedente e considerato che il Felice era un personaggio romanzesco formidabile. Anzi, proprio il contrasto fra un ambiente non romanzesco e una storia romanzesca è una situazione feconda di effetti interessanti.
Ho apprezzato molto la scelta di far parlare Felice in dialetto. Non teme però che questa decisione possa invece limitare la comprensione del testo al di fuori della provincia?
E’ un problema che non mi sono posto. Comunque il fatto che le battute in dialetto siano alternate a battute in italiano le rende sicuramente più comprensibili. E finora nessun non-lombardo mi ha detto di avere avuto delle difficoltà.
Vorrei concludere con una domanda classica: lei ha pubblicato opere di vario carattere: romanzi, poesie, saggi e oltre. Può fare un bilancio dei primi vent’anni di carriera?
La mia carriera è nella mia bibliografia. I bilanci è meglio li facciano gli altri. Posso solo azzardarmi a dire che sono soddisfatto dei libri di narrativa che ho scritto.
Marco Negri
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