“Israeliani e palestinesi, due popoli che non si conoscono”

Intervista a Laura Conti giornalista siciliana. Dal 2006 vive in Medio Oriente. Oggi è a pochi chilometri da Betlemme, a Beit Sahour

"Esistono diversi tipi di oppressione. Per i palestinesi oppressione è la mancanza di libertà di movimento, di autodeterminazione economica e sociale e la violazione del diritto alla vita e alla proprietà. Per gli israeliani è la costante paura alimentata dalle minacce esterne e da un governo che esaspera il culto per la patria. Se si comprendono queste due oppressioni, forse, si potrà capire un po’ di più sul conflitto tra arabi e israeliani".
A parlare è Laura Conti, 25 anni, siciliana e giornalista praticante a Napoli. Nel 2006, appena laureata, è partita per il Medio Oriente come Casco bianco della Papa Giovanni XXIII in Servizio Civile e ha lavorato per nove mesi in un’associazione israelo-palestinese, l’Alternative Information Center. Oggi è tornata a pochi chilometri da Betlemme, a Beit Sahour, dove ha sede l’organizzazione pacifista, per continuare a raccontare la complessa situazione di questi giorni (leggi anche la testimonianza di Flavio Ibba).
«Quando sono partita studiavo ebraico e partecipavo alle lezioni di ebraismo del rabbino, sebbene sia cristiana. Il Medio Oriente mi ha sempre affascinato. Poi la mia destinazione è diventata la Cisgiordania (doveva essere Gerusalemme all’inizio) e lì ho trovato una realtà totalmente differente da quella che dipingono i media tradizionali ma soprattutto ho incontrato un popolo accogliente che non conoscevo, quello palestinese».

In che senso la realtà è diversa?
«Perché dall’Italia non si ha l’esatta percezione di questo luogo. Una terra divisa da muri e checkpoint militari. Un posto dove in media ogni famiglia ha una storia tragica alle spalle: un lutto, un parente in carcere, la confisca di un terreno, l’invasione della propria casa o addirittura la demolizione. Sono cose che non si sanno. E non si conoscono nemmeno i lati positivi: l’accoglienza incondizionata della gente, l’unità e il senso di famiglia. Per certi versi sembra di vivere in un paesino dell’entroterra siciliano».

E nella Striscia di Gaza com’è la situazione invece?
«È senza dubbio diversa. Ci sono un milione e mezzo di persone intrappolate in una striscia di terra senza possibilità di uscita. Se togli loro la capacità di autodeterminarsi cosa gli lasci? Solo rabbia e desiderio di rivalsa. L’ultima mossa dell’esercito israeliano, di invadere Gaza, è servita solo a aumentare il consenso attorno alle frange fondamentaliste palestinesi. La violenza porta inevitabilmente ad altra violenza».

Ma non credi che Israele abbia il diritto di difendersi dal lancio di razzi di Hamas?
«Credo che i civili israeliani debbano essere protetti. Tuttavia, massacrare 900 persone in due settimane non mi sembra un modo per difendersi. Uccidere oltre 200 bambini e 100 donne, dati Onu alla mano, non è una risposta proporzionata alle 11 vittime israeliane dei razzi in questo anno. Non parlo di numeri, ma di persone. Inoltre distruggere infrastrutture, strade, moschee, impianti idrici. Io questa non la chiamo difesa. Anche molti israeliani si sono opposti alla guerra a Gaza di fronte a questi fatti, ma la maggior parte di loro non sa cosa sta realmente accadendo e sente parlare solo di razzi Qassam. Come si può costruire la pace sotto i bombardamenti e i razzi?»

Allora non c’è possibilità di dialogo o di pace?
«Non penso questo, anzi. Credo che il dialogo possa partire anzitutto dalla società civile, ovvero dal basso. Tutti coloro che non ricoprono un ruolo istituzionale hanno la possibilità di conoscersi reciprocamente. Ma è una possibilità limitata alle restrizioni di movimento. Perché il problema vero fra questi due popoli è che non si conoscono, per questo non dialogano. Se un palestinese vede solo soldati e coloni (ovvero quegli estremisti che camminano sempre col fucile dietro) cosa penserà degli israeliani? E viceversa, se un israeliano pensa che i palestinesi sono tutti terroristi, come può istaurare un dialogo? Alcuno di loro hanno cominciato a parlare e conoscersi e questo ha già fatto fare molti passi avanti in termini di costruzione della pace».

Qual è il ruolo degli internazionali presenti in Medio Oriente?
«Il ruolo dei volontari internazionali in questa terra non è tanto quello di mediatori o di operatori umanitari in generale. Chiunque viene qui con la pretesa di ‘importare’ pace, democrazia o sviluppo parte da un presupposto sbagliato, cioè che chi abita qui non abbia le competenze adatte.
Anche la sola presenza è importante per far capire alla comunità locale che c’è sintonia e solidarietà e non distanza e  incomprensione. Io ad esempio non ho particolari abilità tecniche (anzi sono negata per i lavori manuali). Qualcuno dice che so scrivere e raccontare questa terra e la sua gente è il mio modo di dire grazie per questa esperienza».

E per quanto riguarda la situazione a Gaza cosa conti di fare?
«Per ora cerco di riportare i fatti attraverso le testimonianze di chi vive nella Striscia. Quando tutto sarà finito vorrei  raccogliere le storie di alcune delle vittime: ricordi, pensieri, sogni. Per poter dire che almeno una parte di loro non è morta sotto le bombe».

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Pubblicato il 10 Gennaio 2009
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