I volti e la delusione dei tifosi davanti al maxischermo
Museo del Tessile invaso da un tifo civile, infine deluso, per questo attesissimo big match tra Pro Patria e Padova. Tanta gente rimasta fuori dallo Speroni, tra la speranza e il ping pong tra Busto e Benevento
Museo del Tessile invaso da un tifo civile, infine deluso, per questo attesissimo big match tra Pro Patria e Padova. È una strana accozzaglia quella riunita al Museo del Tessile. Tanta gente rimasta fuori dallo Speroni, giovani e meno giovani. Qua e là facce da stadio: ultras senza biglietto, anziani già visti in più occasioni in tribuna. Fa un po’ vergogna saperli, dopo decenni di fedele tifo, costretti a vedere la partita così. Quello che scorre sul maxischermo nella sala convegno, su quello più piccolo e sul televisore del bar, offertoci cortesemente da Rai Sport, è un ben strano spettacolo. Nell’era delle magnifiche sorti e progressive del digitale e dei canali illimitati, è ping pong tra lo Speroni e Benevento, dove giocano i padroni di casa e il Crotone: ci si fa una cultura sul calcio del sud. Per la cronaca passano i calabresi: almeno nella vicina Lonate Pozzolo, che ha legami d’affezione fortissimi con il Crotonese, forse un po’ di festa si farà.
Il pubblico del Museo del Tessile è caldo, ogni tanto si unisce ai cori dello stadio. In sala camicie a quadretti, magliette a colori vivaci, canotte, teste rasate e muscoli in vista, oppure shorts e top; bandieroni con i colori della Pro Patria. Qualche bambino qua e là, al pascolo con mamma e papà; belle ragazze come fiori su un prato biancoblu. Di bocca in bocca circolano birre passate come la borraccia di Coppi e Bartali, cucchiaini avidi affondano in gelati e granite. Applausi sulle belle giocate dei primi, illusori minuti di dominio tigrotto, ma la partita seguita metà dal punto di vista delle emozioni è un obbrobrio. Come farsi alternativamente di anfetamine e di valium ogni cinque-dieci minuti. Di quel che succede a Benevento poco importa anche ai tanti di origini non propriamente bustocche doc.
La pausa è un apostrofo incolore in un mare d’incertezza: si capisce che il match è difficile. L’espulsione del padovano Di Venanzio, forse eccessiva, è stata salutata con un’esultanza che si pagherà molto cara. La ripresa offre dopo un quarto d’ora la morte tecnica del proiettore del maxischermo, che già nel primo tempo aveva lasciato tutti "ciechi" in un paio d’occasioni. All’inizio si pensa al solito problema, poi l’irritazione cresce, si fa levata in piedi di massa ("sollevazione", etimologicamente) con proteste, e migrazione verso il bar oppresso da una calura umida e da una densità di popolazione inedita. Quando il Padova, naturalmente mentre il canale Rai sta seguendo la partita di Benevento, va a segno, scende l’inverno. Qualcuno comincia già ad arrotolare bandieroni: serviranno per almeno un altro agro anno di purgatorio in Prima Divisione. Al due zero l’abbandono del bar è un fatto di massa: ai miracoli, già fatti due volte con la Reggiana, non crede più nessuno. Eppure i ragazzi di mister Lerda per poco non ce la fanno anche questa volta. La speranza è l’ultima a morire.
Alla fine la crudele presa in giro dei playoff, inventata anni fa per far cassa sui biglietti al costo di far fuori chi si era guadagnato la promozione sul campo, colpisce ancora. Su di categoria ci va la squadra che ha rimontato agguantando l’accesso alle disfide finali con cinque vittorie di fila prima dell’ultimo pari di fine stagione, ironia della sorta con una Pro Patria che se avesse vinto sarebbe andata dritta in B. Ci vanno invece i veneti nonostante l’asserita ostilità dei fischietti (che anche oggi li hanno "colpiti" ma non affondati). Resta in C1, chissà per quanto, e con la squadra da ricostruire da cima a fondo, il calcio-champagne di chi è riuscito a tenere insieme una squadra non pagata per cinque lunghi mesi -straordinario -, e a non vincere il torneo pur essendo partito con sei vittorie consecutive. Decisivo, come da settimane temevano tutti, il maledetto gol dell’ex, Cammarata della Samb, incassato alla penultima giornata; naturalmente era stato venduto a gennaio, dopo non aver trovato spazio, naturalmente è andato a segno al 92′ davanti ai suoi ex tifosi, allo Speroni, facendo di tre punti un punto solo. La differenza tra andare in B e non andarci.
Non stupisce quindi l’apparente mancanza di reazioni rabbiose tra le centinaia di tifosi accalcati per il maxischermo (finchè è durato): in tanti, troppi, in fondo se lo aspettavano e lo avevano messo in conto. Perchè se la fortuna è c(i)eca, la sfiga è slovacca, come si suol dire. Dopo anni di illusioni e delusioni, culminate l’anno scorso in un’atroce retrocessione al 90′, poi cancellata dal fallimento dello Spezia, un callo duro come cuoio si è ormai formato sugli stomaci. Ma i cuori restano, e sempre saranno, biancoblu.
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