Haiti in preda al caos
Anche il generale a capo della missione di peacekeeping dell'Onu è stato ritrovato sotto le rovine del suo comando, come l'arcivescovo nella cattedrale. Mentre si sparano cifre a caso sul numero delle vittime, non verificabile, si muovono volontari da tutto il mondo e le forze armate USA per i soccorsi
È un caos tragico quello di Haiti travolta dal terremoto più devastante della storia dei Caraibi. Che va ad aggiungenrsi all’annata disgraziata del 2008, segnata da quattro uragani in sequenza che fecero centinaia di morti in una nazione poverissima, devastata e sovrappopolata. Nel pomeriggio di oggi è stato ritrovato sotto le macerie del suo comando anche il corpo del comandante della missione militare delle Nazioni Unite nel poverissimo Paese, il generale tunisino Annabi. L’arcivescovo Serge Miot è rimasto ucciso sotto le rovine della cattedrale abbattuta. La sede ONU e la cattedrale sono crollate come un castello di stuzzicadenti, come il palazzo presidenziale (il presidente René Preval è in salvo e illeso) e innumerevoli altri edifici meno solidi, colpiti da una scossa che oltre ad essere di rara violenza – 7,3 Richter – ha avuto epicentro proprio nelle vicinanze della sventurata capitale Port-au-Prince. In direzione del Paese colpito dal sisma si è subito mosso uno schieramento di aiuti internazionali da ogni parte del mondo; gli Stati Uniti, già più volte intervenuti ad Haiti nell’ultimo secolo, hanno mobilitato duemila marines e sposteranno forze considerevoli, fra cui una grande portaerei nucleare, la Vinson, per compiti di aiuto primario e peacekeeping. La situazione dell’ordine pubblico, già molto precaria in tempi "normali", è infatti al collasso: anche il carcere della capitale sarebbe crollato, e i detenuti sopravvissuti hanno ritrovato un’inattesa libertà in una città in rovina e sotto choc. Questo in una terra già martoriata da discordie e violenze intestine ricorrenti.
Mentre si sparano ormai cifre a caso sull’entità della catastrofe – si parla di centomila morti, qualcuno addirittura di mezzo milione – fra le molte migliaia di dispersi di cui ancora non si ha notizia ci sono anche figure pubbliche note anche al di fuori del Paese. Fra queste anche la giornalista Michele Montas, già anima di Radio Haiti-Inter con il marito Jean Dominique, figura indimenticata e nobilissima di attivista per la democrazia, per la lingua popolare (il Kréyol), per la verità e i diritti dei più poveri, assassinato nel 2000 da criminali rimasti impuniti. La Montas negli ultimi tre anni aveva affiancato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon come portavoce; è rientrata ad Haiti appena a dicembre.
Tra le tante persone che si cerca di rintracciare nel caos anche molti europei, soprattutto i francesi che per ragioni linguistiche e storiche sono i più vicini a questo Paese, nato come un’immensa piantagione lavorata dagli schiavi africani nel Settecento e liberatosi da sè durante il periodo rivoluzionario e napoleonico. Un Paese che dell’Africa ha conservato a tutt’oggi usi e costumi ancestrali, come quello famoso del vudù, quasi "portandosi dietro" anche fascino, miserie e drammi del continente d’origine.
Le immagini terribili di miseria, disperazione e devastazione che giungono dal Paese caraibico hanno colpito l’opinione pubblica internazionale, e toccato un nervo scoperto in quella italiana, che ancora sta metabolizzando quelle dell’Abruzzo ferito al cuore da un sisma che pure fu di ben minore entità.
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