E voi potete fare la pausa caffè?
Il coffee break ha una storia antica. In molte aziende viene concessa liberamente, in altre è vietata. E voi, rinuncereste al caffè in ufficio?
La pausa caffè è una perdita di tempo? Secondo la "Signora Fluimucil", ospite ieri dell’Università dell’Insubria, no. Elena Zambon, amministratore delegato dell’azienda che produce il celebre medicinale, non cronometra certo la durata delle pause caffè: «Le pause da noi non si cronometrano, anzi cerchiamo di favorirle. L’interazione tra i lavoratori, le relazioni reali, danno buoni frutti. E abbiamo capito che dare fiducia ripaga».
Non in tutte le aziende è così, eppure la pausa caffè ha una storia ormai ultracentenaria. Nel diciannovesimo secolo a Stoughton, nel Wisconsin, le mogli degli immigranti norvegesi erano solite portare il caffè ai mariti, una tradizione che si celebra ogni anno con il Festival del Coffee Break. Nel 1951 il Time già notava che, dopo la seconda guerra mondiale, in molti accordi sindacali era prevista la pausa caffè.
Oggi, nell’era di Starbucks, il caffè è un compagno di ufficio irrinunciabile. E, soprattutto, è un modo di staccare e relazionarsi. Attualmente negli uffici americani si consumano 350 milioni di tazze di caffè al giorno. Una ricerca dell’Università dell’Indiana ha persino analizzato le opportunità sociali del coffee break, che nelle aziende più grandi possono mettere a contatto dipendenti che magari hanno impieghi e uffici distinti. La ricerca ha rivelato che la pausa caffè, nella quale spesso ci si esprime in modo ironico e distratto, può essere un veicolo di identità aziendale e una fonte di fiducia reciproca, che può migliorare la produttività.
Non tutte le aziende, però, sembrano sufficientemente illuminate. Qualche nostro lettore, su Facebook, ci ha detto di non poter fare nemmeno una pausa. Voi, che spesso leggete VareseNews dall’ufficio, potete fare la pausa caffè? Viene cronometrata? È libera o fissa? E, soprattutto, serve davvero a qualcosa? Ditelo nel sondaggio e nei commenti!
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