Un bustocco difende l’unità d’Italia a “L’infedele” di Lerner
Alessandro Mari, autore del romanzo "Troppo umana speranza", nel salotto televisivo di La7. "Le radici" dice "c'erano anche allora, ma non c'era l'idea che dovessero farsi siepe e confine"
Una trasmissione che ha incrociato e “contaminato” ambiti diversi in modo interessante quella de "L’infedele" di Gad Lerner di lunedì sera su La7: il Nordafrica con i suoi fermenti rivoluzionari, fra sete di giustizia, repressioni di regime, prospettive di democrazia, ombre di islamismo radicale; il Belgio sempre più spaccato tra valloni e fiamminghi e ingovernabile; l’Italia, dove di rivoluzione manco a parlarne, ma la secessione è tuttora fra le possibilità.
E uno scrittore bustocco, anzi sinaghino: Alessandro Mari, che Varesenews ha intervistato di recente a seguito del successo del suo romanzo "Troppo umana speranza", ambientato negli "anni formativi" del Risorgimento.
Per il suo breve intervento, Mari è stato “stuzzicato” sul tema della secessione da Lerner che non ha lesinato complimenti al romanzo (ci associamo di cuore ndr) e al suo ritratto di un’Italia nascente dipinto attraverso personaggi inventati – il sinaghino Colombino, Leda, irpina, Lisander, milanese – e reali – il nizzardo Garibaldi e la sua Anita, il genovese Mazzini. Il trentenne scrittore originario di Sacconago ha colto l’invito come spunto per una breve riflessione. Mari non si augura che l’Italia vada in pezzi, e parte nel suo discorso dal tema (inflazionato ndr) dalle “radici”. «Le differenze che sottolineiamo oggi c’erano anche allora; quel che allora non c’era è l’idea che le radici si facciano siepe e confine». Per la Repubblica Romana, ricorda, combatterono anche gli stranieri, venuti da mezza Europa. «Ci sono sentimenti che in determinati periodi storici riescono ad accomunare la gente, e questo mi interessa» concludeva. Unirsi per una causa non è molto di moda nel momento delle identità regionali marcate come barriere, ma le parole non-politiche, e politicissime, di uno scrittore, invitano a riflettere sui moventi profondi del discorso pubblico di oggi, sulle idee-forza che caratterizzano il nostro tempo, sui loro pregi e limiti.
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