Il pubblicitario cicerone che “vende” la linea Cadorna
Massimo Grignani, 55 anni, ha mollato Milano per la Valganna e si è inventato un format per il suo agriturismo: far conoscere le fortificazioni a clienti e scuole
«Ma, per il momento, solo le scolaresche svizzere sono venute a scoprire cosa facevano gli italiani 100 anni fa, per prepararsi alla guerra, ad un passo dal confine» – spiega Massimo Grignani, 55 anni, milanese e ora gestore di un agriturismo in Valmarchirolo.
Le scuole italiane? «Devono ancora decidere» – fa notare con un velo di polemica e il sorriso di chi sa come funzionano queste cose. Massimo è milanese, e 10 anni fa ha mollato la madunina per trasferirsi in quella che era la vecchia casa del nonno, ora riadattata ad agriturismo. Siamo a Cugliate Fabiasco, ad un passo dalla Svizzera; Massimo alleva capre e animali che poi fa trovare nel menù di chi si siede alla sua tavola.
Il Carpio è una località del paese che oltre a dare il nome all’agriturismo, si trova fuori dal mondo. Si sentono appena i rumori della statale ed è come stare in un’altra epoca. Per questo Massimo si è inventato le “cene del 900”: il commensale si siede alla tavola e tutto, dai giornali al menù ai costumi, ti catapulta indietro di 100 anni esatti.
«Grazie all’archivio de “La Stampa”, disponibile on line, riusciamo addirittura a proporre gli stessi giornali dell’epoca: il discorso durante la cena si sposta man mano ai ricordi di famiglia, a quello che raccontava il nonno e si scoprono delle cose incredibili». Un motivo in più per spingerlo a guardarsi intorno e a scoprire il tesoro che si incontra a mezzora di cammino.
«L’anno scorso a Marzio la proloco organizzò un corso didattico per conoscere la Linea Cadorna e imparare a spiegarne il significato. Assieme a mio figlio abbiamo partecipato, e ora ci siamo inventati questa attività. Qui da noi arrivano manager che vogliono staccare la spina, e addirittura interi gruppi aziendali alla ricerca di qualcosa di stimolante e particolare. Arrivano, partecipano alla lezione, poi scarponi e zaino in spalla e si parte per camminamenti, bunker, nidi di mitragliatrici e trincee fortificate».
Ogni tanto qualche collezionista presta a Grignani qualche cimelio: pezzi di bombe, moschetti, elmetti e baionette: quanto serviva alla prima linea in caso di attacco, mai avvenuto.
«Questa linea fa parte delle fortificazioni del “museo della guerra bianca”: è la guerra mai
combattuta che però testimonia lo sforzo enorme fatto per edificarla: diede da lavorare a migliaia di persone qui nella zona: manovali, scalpellini, minatori che dovevano entrare a volte nel cuore della montagna per difenderla, come testimoniano le foto dell’epoca».
Ma, tanto per gradire, gli scatti migliori sono degli svizzeri: «Era a loro, allora come oggi, che interessava sapere cosa stessero facendo gli italiani a un tiro di fucile da casa, appena passato il confine».
Il sentiero per raggiungere la linea non è difficile. Le fortificazioni sono camminamenti ancora in buono stato che riservano molte sorprese.
«Oltre ad essere un lavoro, vivo questa attività anche come una sorta di custodia. Segnalo i problemi, cerco di tenere puliti i camminamenti e viva la memoria di questi luoghi, che se non vengono raccontati, rischiano di cadere nell’oblìo».
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