Una “Danza Pagana” per viaggiare nel mondo

Pubblicato dalla Splasc(h) Records, l’ultimo cd di Claudio Cojaniz e Massimo Barbiero

Glenn Gould si ritirò dalle scene per due motivi: l’insofferenza nei confronti del rito concertistico e la passione per la sperimentazione (selezione e montaggio sonoro) in studio di registrazione. Stravaganza scientifica e rifiuto della fatidica “buona la prima”.
Eppure il valore aggiunto di un disco “live” (“Danza Pagana” è stato registrato il 19 marzo 2013 al Teatro Bergagnolio di Chiaverano in occasione della 33esima edizione dell’Open Jazz Festival di Ivrea) è la percezione che si ha della debolezza – umana – dell’artista. Tensione, paura ed emozione, flessioni nella tenuta dell’atmosfera, piccole – ma innocue – sporcature. Il che non autorizza all’approssimazione ma invita, proprio per sconfiggere lo stress da prestazione, ad un maggiore perfezionismo.
In “Danza Pagana” – che è tale perché guarda con insistenza alla mitologia e alla cultura greca di Febe, Crono, Efeso, Medea – la lotta di nervi tra Claudio Cojaniz (pianoforte) e Massimo Barbiero (batteria e percussioni) si avverte senza filtri. Una sfida tra improvvisatori di eguale bravura, e abilità, che rinunciano ai favori di scena (attese o sostegni reciproci) per muoversi invece in campo aperto, provocare e stuzzicare.
Si tratta di un gioco a due, quasi come schermitori in pedana, che non trova soluzione o fine. L’apertura affidata a Barbiero sulle note di “Febe”, un leggero lancio di eco percussive voluttuose, chiarisce da subito l’atmosfera dell’incontro: prima di tutto poetica, poi libera di fare tesoro di quella “nuova musica” che si prospetta nella rielaborazione della tradizione.
Le improvvisazioni di Cojaniz sono uno specchio del tutto speciale di cosa si intende per assimilazione e trasformazione: nella n. 1 c’è un armonizzare che richiama Keith Jarrett e una malinconia che mischia i Beatles a John Lennon, nella n. 2 la scala moresca che spettegola con il gusto e la melodia (come fecero, spesso, i francesi del Gruppo dei Sei), in “Heilig, Heilig, Heilig” (dalla Deutsche Messe di Franz Schubert) la pienezza di un canto ricco di mordente. L’improvvisazione n.3, di schietta impronta “africanista” e nuovamente spagnoleggiante nella chiusa (ma con un accento parigino sul finire), confluisce in “Crepuscule with Nellie”. Il Thelonious Monk che trova in Cojaniz un interprete meravigliosamente energico e sognatore, e che con il fantasma giudizioso ma irascibile di Monk, deve fare i conti. E se “Denique Caelum”, sostenuta nella lentezza e nella profondità, è un dialogo evocativo di tanti jazz, il medley conclusivo “Improvisation for Dance” è a tratti gasliniano nel suo voler rivoltare i linguaggi del Novecento. Tra Bela Bartok e Igor Stravinksy, tra l’Allegro Barbaro e Petrouska, tra la “musica delle macchine” e l’accompagnamento cinematografico muto.
In questo disco edito dalla Splasc(h) Records, Barbiero è un protagonista di assoluta umiltà, ma è a lui che si devono colori, sfumature e cuciture dell’intero progetto. Attento a non debordare dal canovaccio e, nello stesso tempo, acuto esponente di un’arte che coniuga il jazz alla musica contemporanea. Solista di rango, ma anche coordinatore e regista.
Infine una donna: la ballerina Giulia Ceolin. Un contributo che si può solo immaginare, anche se farlo non è così difficile.

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Pubblicato il 08 Ottobre 2013
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