Al Baff la ‘ndrangheta si racconta con “Anime Nere”

La pellicola di Munzi è stata eletta migliore oepra del festival. L’attore Fabrizio Ferracane sul palco del cinema San Giovanni Bosco ha risposto alle domande degli studenti e ha lanciato un bel messaggio a tutti i giovani

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Proseguono gli appuntamenti cinematografici del Busto Arsizio Film Festival. Nella mattinata di giovedì 23 aprile, al teatro San Giovanni Bosco, è stato proiettato “Anime Nere”, per la sezione Made in Italy-Scuole, del regista Francesco Munzi. La pellicola è stata eletta miglior film di questa edizione,in presenza dell’attore Fabrizio Ferracane che ha lanciato un messaggio ai tanti alunni presenti in sala: “ Siete voi a dover fare la “rivoluzione”perché questo Paese sta morendo”.

Volutamente ispirato all’omonimo libro di Gioacchino Criaco, il film è ambientato ad Africo, uno dei centri nevralgici della ‘ndrangheta calabrese. Affronta la vicenda di tre fratelli figli di un pastore assassinato dalla mafia, coinvolti dalla malavita dell’Aspromonte. Il più giovane, Luigi (Marco Leonardi), è un trafficante internazionale di droga; Rocco (Peppino Mazzotta) vive a Milano con la moglie Valeria (Barbora Bobulova) e la loro bambina.

Non accetta lo stile di vita del fratello minore ma è imprenditore grazie a denaro illecito, riciclato in campo immobiliare; il maggiore dei tre, Luciano (Fabrizio Ferracane), allevatore di capre, si illude di poter vivere della sua terra, ha abbandonato il sentimento di vendetta e vuole restare fuori da un mondo che gli ha già procurato abbastanza dolore. Suo figlio Leo, ventenne rancoroso e senza futuro, sparando alcuni colpi di fucile sulla saracinesca di un bar protetto da un clan mafioso, scatena una guerra tra la sua famiglia e un clan della ndrangheta. Nel meccanismo delle vendette incrociate, il fratello minore Luigi e il giovane Leo vengono uccisi.

A quel punto Rocco è pronto a tutto per vendicare la morte del fratello e del nipote. Luciano, al contrario, davanti a tanta sofferenza, non vede futuro e nessuna via d’uscita. L’unica soluzione per chiudere una volta per tutte il cerchio, è un gesto estremo e forse un po’ irreale nella società mafiosa: Luciano uccide il fratello Rocco, davanti alle lacrime e le urla delle donne in casa e probabilmente si suiciderà poco dopo, anche se il film termina proprio con questa scena. Il regista lascia volutamente aperti interrogativi e “costringe” ad un’analisi antropologica su una storia che parla della mafia e dei i suoi meccanismi più contradditori.
Gli studenti, dopo aver seguito con attenzione la proiezione, durante il dibattito finale hanno espresso pareri e posto domande. Ad esempio, c’è chi ha chiesto come mai il personaggio interpretato da Fabrizio, cioè il maggiore dei fratelli protagonisti, parlasse così poco nel film. L’attore ha raccontato della volontà del regista di far parlare il suo personaggio più con gli occhi che con la bocca, per inquadrare al meglio non solo la sua personalità, ma risaltando i sentimenti di astio, dolore e rassegnazione verso un mondo che può condurre solo verso un tragico epilogo.

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Pubblicato il 23 aprile 2015
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