La cultura non è la ciliegina, è la torta

Marco Brusati ricercatore della Liuc commenta i dati diffusi dalla Camera di Commercio sull'economia della cultura. «Il cittadino-consumatore è sempre più attento al soddisfacimento di bisogni immateriali anziché materiali»

marco brusati

La cultura è una leva determinante per l’economia, soprattutto in un momento di transizione come quello che stiamo attraversando. I dati diffusi dalla Camera di Commercio di Varese relativi alle attività in provincia dimostrano una grande vitalità del settore che  mediamente  (7,7%) pesa più che nel resto del Paese (7,3%) con un contributo significativo all’occupazione (5,4% del totale). Il valore aggiunto prodotto dalla filiera della cultura ammonta a oltre 1 miliardo e 200 milioni, cifra che vale il 5,5% del valore totale creato dalle 62mila imprese attive nel Varesotto.

Marco Brusati, ricercatore del dipartimento di studi interdisciplinari per l’economia sostenibile della Liuc Università Cattaneo di Castellanza, nelle sue ricerche e interventi su casi concreti non prescinde mai dal dato culturale sia in termini di peso economico in senso stretto, cioè relativo alle organizzazioni istituzionali e private che producono cultura, sia in termini più generali rispetto alle dinamiche complessive di un territorio.

Dottor Brusati, dai dati della Camera di Commercio si evince che il peso che ha la cultura nell’economia è determinante. Perché per molto tempo è stato ignorato?
«Innanzitutto occorre fare una riflessione sul termine cultura. Per ragioni statistiche, che comprendo, l’economia della cultura solitamente fa riferimento ad attività che operano in campo audio-visivo, nel design, nella promozione/valorizzazione del patrimonio storico ed architettonico, etc. È un’interpretazione forse un po’ stretta e decorativa di cultura. In realtà la cultura è un processo continuo di acquisizione, elaborazione e sedimentazione di valori, norme, simboli, stimoli. In questo senso la cultura ha da sempre una rilevanza economica. Basti pensare alle piccole e grandi innovazioni che, ieri ed oggi, le aziende del nostro territorio hanno prodotto e continuano a produrre. Tornando all’accezione statistica, in effetti il boom dell’economia culturale è recente. Bisognerebbe indagare meglio il fenomeno, ma probabilmente le ragioni possono essere ricondotte al disincanto per le attività convenzionali (es. manifattura), in forte transizione e che non riescono a garantire sbocchi occupazionali come in precedenza. Ciò induce le persone in cerca di occupazione o ricollocazione a spostare la propria attenzione verso altri settori, più promettenti. In più, il cittadino-consumatore è sempre più attento al soddisfacimento di bisogni immateriali anziché materiali. Ciò crea domanda di nuovi beni e servizi – svago, informazione, conoscenza…-. Inoltre una ragione è legata alla trasformazione del sistema produttivo, che si sta spostando dal commercio in materie/beni al commercio in compiti. Gli elementi-chiave di competitività sono ora la conoscenza, competenza, innovazione, creatività. L’economia della cultura è collaterale ma saldamente legata a questi fattori».

Come può la leva culturale essere un mezzo per raggiungere un certo obiettivo economico?
«Qui mi rifaccio ad una frase che il professor Dipak Pant, con cui collaboro, ama citare. La cultura non è la ciliegina sulla torta ma è la torta stessa. Spesso in azienda l’attenzione alla cultura viene tralasciata, per disattenzione, mancanza di tempo, soddisfare altre precedenze. In realtà è il tempo di investire in cultura. Essa offre una maggiore consapevolezza del mondo e comprensione delle implicazioni che dinamiche locali o globali hanno sul business, sviluppa innovazione, permette di distinguersi. Probabilmente è difficile quantificare il peso della cultura nel raggiungimento di un obiettivo economico – anche se in molti ci stanno provando – , ciò che è certo è la rilevanza cruciale della cultura per fare bene i propri affari».

Quanto conta la vivacità culturale di un territorio per la sua sostenibilità?
«La sostenibilità è spesso intesa come mera attenzione alle questioni ambientali o sociali. In realtà la sostenibilità è uno sforzo per far sì che un sistema, sia esso un’impresa, un territorio, un essere vivente, sopravviva nel tempo, continui le sue funzioni vitali. La cultura è un elemento fondante di un territorio. Se si riduce la sua vivacità culturale, nel lungo termine si preclude la vitalità del territorio stesso. Inoltre la sostenibilità è un processo che mira a ridurre impatti negativi – dalle emissioni, ai rifiuti, ai crimini… – dell’agire umano ed aumentare il valore – dalla bellezza del paesaggio, alla conoscenza, al reddito…-. In questo senso l’economia della cultura è assolutamente sostenibile: crea valore con poco volume».

Scuola, cultura, impresa e territorio in che relazione stanno questi quattro elementi?
«Potrebbero sembrare elementi distinti; in realtà sono ingredienti dal cui intreccio e relazione si compone un unico sistema, il cosiddetto luogo-sistema. Ognuno ha le proprie funzioni: il territorio e le sue comunità sono l’ambito in cui la cultura si sviluppa; nella scuola la cultura si formalizza, evolve e si diffonde; nell’impresa la cultura viene applicata per creare valore aggiunto ed in più, tramite l’innovazione, si sviluppa nuova cultura. Ogni ingrediente è connesso ed alimenta l’altro. Solo se vi è una sufficiente permeabilità e contatto tra questi ingredienti un sistema sta in piedi, altrimenti il processo si interrompe e nascono problemi. Ad esempio, secondo alcuni imprenditori, vi è attualmente uno scollamento tra scuola professionale e mondo produttivo; ciò ha implicato la perdita di alcune competenze e la difficoltà a coniugare offerta e domanda di lavoro, almeno in alcuni settori».

Che ruolo gioca la cultura nella diversificazione evolutiva di un territorio?
«La diversificazione evolutiva può essere vista come una progressiva crescita multi-settoriale, lenta ma continua e diffusa, dell’economia di un territorio. Le economie territoriali mono-blocco o estremamente specializzate hanno mostrato i loro limiti. Forse occorre puntare sul fiorire di attività, anche piccole, ma diversificate. In altre parole occorre liberare la capacità delle persone di essere imprenditivi, e quindi creare lavoro. Ciò rende più resiliente e sostenibile l’economia e le comunità locali. In questo senso la cultura gioca un ruolo di diffusione e fertilizzazione di esperienze, saperi, competenze che stimola nuova imprenditorialità. Lo sappiamo bene: sono tante le storie di operai che, appreso il lavoro, sono diventati a loro volta imprenditori. Ora è necessario che questa proliferazione, da verticale diventi anche orizzontale, si diversifichi. La cultura, se ben gestita, apre nuovi sguardi sul mondo e nuove opportunità».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 13 luglio 2015
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