Saranno le piccole startup a rivoluzionare il mondo

Flavio Bonomi, imprenditore seriale della Silicon Valley, ha tenuto una lezione alla Liuc. «Il rinascimento italiano passerà da Internet delle cose»

Flavio Bonomi ha un nome e un cognome italiani. Una cosa normale per uno che ha il papà originario della Valtellina. Parla la nostra lingua in modo quasi perfetto, anche se è nato in Argentina, paese in cui il padre si rifugiò durante il fascismo. Ha studiato alla Cornell University nello stato di New York dove si è trasferito nel 1980 dopo aver vinto una borsa di studio e da allora non ha più lasciato gli States, anche se non ha mai preso la cittadinanza, nonostante le rimostranze della moglie. Ha lavorato nei laboratori della Bell, per poi stabilirsi in California, grande luogo dell’innovazione, a contatto con premi Nobel e geniali ricercatori.

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Per uno così diventare imprenditore seriale è stato un passaggio quasi naturale. Bonomi infatti ha fondato varie start-up (imprese innovative ad alto contenuto tecnologico) poi cedute a colossi come Cisco.  Ma nel 2001, quando si preparava ad andare in pensione con un certo anticipo, è arrivata la crisi e il crollo della borsa che hanno bruciato tutti i suoi risparmi.

I geni della caparbietà valtellinese non difettano a questo brillante ingegnere che ha continuato a lavorare per altri 14 anni alla Cisco per poi fondare nella Silicon Valley una nuova start up dal sapore e dal nome tutto italiano, “Nebbiolo Technologies”, che si occupa di Iot, internet of thing, internet delle cose. «Mentre oggi noi continuiamo a costruire silos separati che non comunicano tra loro – spiega Bonomi – Iot sviluppa una connettività, attraverso sensori, di tutti gli oggetti tradizionali dell’IT al mondo del cloud e dei data center, dove si possono ottenere ed elaborare informazioni. La distribuzione dell’intelligenza avviene attraverso una apposita infrastruttura in grado di garantire velocità e sicurezza».

Bonomi parla del suo ambiente di lavoro come di un ecosistema formato da altre start up («perché non si puo’ fare tutto da soli») di cui molte sono italiane, tra cui la genovese Platone (da pronunciare all’inglese), solo per citarne una. C’è dunque ormai una relazione importante e consolidata tra le imprese innovative italiane e la Silicon Valley che Bonomi ha spiegato agli studenti e agli imprenditori presenti all’Università Liuc di Castellanza, alimentata dalle missioni organizzate dall’Unione degli industriali della provincia di Varese e dal professor Marco Astuti, che per primo ha stimolato questa contaminazione.

Fortemente impressionato dall’Ateneo di Castellanza, Bonomi crede che la rinascita italiana passi necessariamente da Internet delle cose e dalle collaborazioni tra imprese e università. Secondo questo imprenditore visionario, qui in Italia c’è il potenziale giusto, sia dal punto di vista della ricerca che dell’industria, quest’ultima presente nei settori chiave: dall’auto al food, dalla robotica all’energia. «Siete messi bene – dice Bonomi – ma dovete prendere questo treno e per farlo ci vuole coraggio e baldanza e saranno i piccoli a rivoluzionare il mondo perché possono venire dal niente e crescere in poco tempo, mentre i grossi fanno fatica a muoversi un po’ come i dinosauri. Questo è il momento giusto per svegliarsi perché c’è ancora tempo per saltare sul treno».

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Pubblicato il 18 dicembre 2015
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