Religione a scuola, la testimonianza di un docente

In risposta alla riflessione di qualche giorno fa di Giuseppe Adamoli, proponiamo un'altra riflessione sul tema

crocifisso scuola

Pubblichiamo un riflessione sul tema dell’insegnamento della religione cattolica a scuola che segue quella pubblicata qualche giorno a firma Giuseppe Adamoli, noto politico varesino. Il contributo arriva da un docente di religione, Luigi Rutigliani

Caro direttore,
Ho letto l’articolo sulla vostra testata e colgo volentieri l’invito del sig. Giuseppe Adamoli a dare un contributo e a “parlare seriamente” dell’ora di Religione nella scuola.
Lo faccio da docente di Religione con 25 anni di servizio. Inizialmente ho girato un po’ tutta la Provincia, tra scuole medie e superiori varie per poi stabilizzarmi a Gallarate, prima al “Falcone”, dove ho trascorso dieci anni e ora, da sei, al GaddaRosselli.

La mia riflessione, necessariamente, è frutto della sola mia esperienza, quindi dell’incontro con circa 7500-8000 studenti, ai quali puntualmente, ogni fine anno, faccio redigere un “bilancio”della nostra ora passata insieme, dove invito a scrivere, liberamente, ogni considerazione e giudizio in merito agli argomenti trattati, alla metodologia e agli strumenti utilizzati ma anche alla capacità dell’insegnante di saper coinvolgere e di saper “spiegare” in classe. Di tutti questi elaborati, come di ogni altro scritto proposto in corso d’anno per far esprimere e riflettere i ragazzi sulle tematiche affrontate, custodisco gelosamente ogni singolo foglio, ben conservati in 32 raccoglitori Dox.

Voglio allora tentare di dare un contributo, chiaramente non esaustivo, perché ogni lettore abbia qualche elemento in più per ledomande poste: “Serve l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole così come è fatto nella concretezza quotidiana? Svolge una funzione educativa e formativa?”. In seconda battuta poi, una riflessione per cercare di capire quale sia l’origine dei giudizi espressi e le affermazioni contenute nella parte finale dell’opinione pubblicata.
Partendo allora dalle domande poste, penso che sia necessario iniziando dall’ascolto delle voci di chi la scuola, la vive “oggi”: docenti e soprattutto studenti.

In ogni ambito della vita molte cose sono cambiate e questo è avvenuto anche nella scuola. Chiunque degli adulti è andato a scuola ma non è difficile comprendere che ha poco senso emettere giudizi di ogni sorta sulla scuola di oggi con la sola propria esperienza che può risalire anche a decenni addietro.
Innanzitutto, per lo specifico dell’ora IRC, lo spartiacque fondamentale è la revisione del Concordato del 1929, avvenuta nel febbraio del 1984: è il passaggio dall’ora di Religione Cattolica “confessionale” all’ora di Religione Cattolica “culturale”; dall’ora di Religione Cattolica nella scuola perché lo Stato riconosceva una propria “religione ufficiale”, all’ora di Religione Cattolica di uno Stato “laico” che “riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i princìpi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro e nelle finalità della scuola, l’insegnamento della Religione Cattolica …” (art.9.2 Accordo di revisione del Concordato), introducendo anche la facoltà di avvalersi di tale insegnamento o di optare per materie alternative,sempre in linea con gli obiettivi formativi scolastici.

Occorre quindi prendere atto che dal 1984 non è più definibile come un’ora “confessionale”. E’ invece un’ora vincolata al contributo che può dare l’ora IRC agli obiettivi educativi specifici,propri della scuola che forma gli uomini di “domani”.
I “nuovi programmi”, che seguono con DPR 751 del 16/12/1985 mettono in pratica quei princìpi e affermano: “Nel quadro delle finalità della scuola e in conformità alla dottrina della Chiesa cattolica, l’I.R.C. concorre a promuovere l’acquisizione della cultura religiosa per la formazione dell’uomo e del cittadino …” (art.1) e “Con riguardo al particolare momento di vita degli studenti e in vista del loro inserimento nel mondo del lavoro e civile, l’IRC offre contenuti e strumenti specifici per una lettura della realtà storico – culturale in cui essi vivono; viene incontro ad esigenze di verità e di ricerca del senso della vita, contribuisce alla formazione della coscienza morale e offre elementi per scelte consapevoli e responsabili di fronte al problema religioso” (art.2)

Molto importante è poi la sottolineatura nei nuovi recenti programmi del 2012, rivisitati anche alla luce del quadro europeo delle qualifiche e dei corsi di studi. Nelle finalità viene esplicitato che “L’IRC nell’attuale contesto multiculturale, mediante la propria proposta, promuove tra gli studenti la partecipazione ad un dialogo autentico e costruttivo, educando all’esercizio della libertà in una prospettiva di giustizia e di pace”.
E’ chiaro quindi che la fede non è in alcun modo elemento discriminante: l’ora IRC, nella nostra Provincia è infatti scelto dal 90% (non mi sto “pavoneggiando”) di studenti delle scuole superiori e non di certo per la propria fede personale ma perché, con tutti i limiti, è riconosciuto come prezioso contributo alla propria crescita culturale, umana e sociale.
Chi parla ancora al cuore dell’uomo, alle sue corde più profonde che ne caratterizzano l’umanità? Le materie “umanistiche”, di cui fa parte anche Religione, riescono ancora a sollecitare la “curiositas” e le coscienze che sono gli strumenti che aprono alla conoscenza?

Amaro constatare che, con le logiche della società moderna di“produttività, efficientismo, tecnicismo e scientismo” entrate con prepotenza anche nella scuola e continuamente osannate, le materie umanistiche stanno pian piano perdendo di considerazione. Basta pensare alla riduzione o eliminazione delle ore di Filosofia, di Storia, di Storia dell’Arte (nel nostro Paese!!!), alla totale assenza della Musica, per capire che si riducono gli spazi dove allenare e abituare al pensiero e al gusto del bello le future generazioni.
Chi svolge oggi questo ruolo di far riflettere e pensare al di fuori della scuola? La famiglia con i suoi silenzi e fatiche relazionali? La televisione con i suoi programmi definiti“culturali”? Gli altri mass media o i più recenti social media?
Penso conveniate con me che la scuola è l’ultimo baluardo per la difesa del pensiero e della bellezza e pertanto non può escludere conoscenze e saperi ma li deve abbracciare tutti. Anche Religione. Con buona pace di chi vuole relegare il fenomeno religioso alla sfera privata (questo è corretto nella accezione di “fede”) quando è da sempre e più che mai evidente che è anche e soprattutto un fenomeno culturale, sociale e relazionale di cui la scuola non può non occuparsi nel formare le nuove generazioni. Non nel senso di mettersi a “studiare” ma di conoscerlo per rispettarlo e valorizzarlo, quale espressione fondante dell’umanità.
Mi sembra doveroso, dopo alcune precisazioni, lasciare che a rispondere alle domande poste, siano gli studenti stessi.

Riporto dunque uno dei contributi più “acuti” ricevuti in questi ultimi anni, scelto tra chi non “è di parte” ma di chi si è espresso con grande “intelligenza”, nel senso etimologico del termine, di saper “leggere dentro” le esperienze della vita, anche scolastiche, per poterne dare un giudizio “sapiente”, non “ideologico”, non di “pancia” ma neanche di “fede”.

Prima di iniziare la mia “carriera scolastica”, mi son trovata dinnanzi ad una delle scelte più difficili della mia giovane vita di studentessa critica e curiosa: frequentare o meno l’ora di religione. Da brava “atea e anarchica” (etichetta che mi ero data per classificarmi nel complesso mondo adolescenziale), ero più che pronta a crocettare, magari con la penna rossa , la casella del NO ma l’idea di poter contestare e criticare “in diretta” quanto detto da un “vecchio professore cattolico, moralista e bacchettone” era molto più intrigante e invitante.
Ahimè le mie aspettative vennero tradite fin dal primo giorno in cui conobbi quell’ometto solare, sempre sorridente e un pò panciuto che è Luigi Rutigliani. Le sue lezioni, il suo modo di approcciarsi a noi studenti, considerati innanzitutto come persone, gli argomenti trattati erano insoliti, interessanti e non mi ci volle molto per capire che mi avrebbe dato del filo da torcere e che forse mi avrebbe portato a riflettere molto di più, maturando nuove idee e posizioni, aumentando le mie capacità critiche e di analisi del mondo.
Decisi allora di lasciar la mente aperta e di assorbire tutto. Non volevo perdere neanche una goccia di quel fiume di sapere e di umanità che, per un’ora alla settimana, inondava la nostra piccola aula. Quasi mai ho condiviso le posizioni del mio prof che esponeva con massimo rispetto di noi tutti, ma indubbiamente ha contribuito alla mia crescita personale e umana. Oggi non ho più “etichette”: oggi mi sento veramente libera nel pensiero. Mi sento vicina a tutti ma a nessuno in particolare; riesco a difendere persino il pensiero dei credenti dinnanzi le becere critiche di alcuni amici “atei” come me ma “ignoranti” perché io ora non ignoro, non banalizzo e rispetto le credenze altrui, nonostante non le condivida. Spero di incontrare altre persone come lei nel corso della vita che sappiano continuare a farmi credere che il buono c’è in ciascuno, indipendentemente da idee, razze, religioni.
Con affetto e riconoscenza. B.V.

Arrivando ora ai giudizi espressi e alle affermazioni fatte da Adamoli, avrei avuto piacere di avere qualche elemento oggettivo o un pochino più preciso circa l’origine di tali rispettabili ma anche opinabili, considerazioni.
“Risultati mediocri… risultato pratico irrilevante o addirittura negativo”.
Fatico a comprendere cosa si intenda per “risultati”: se i voti a scuola, se il fatto che a comando i ragazzi non sappiano elencare i “dieci comandamenti” o i “sette sacramenti” oppure se all’ora di Religione sia imputabile la colpa del dato fenomenologico deldistacco dei giovani dalle esperienze di fede personale, l’influsso sulla vita sociale, sui comportamenti che gli studenti, una volta concluso il percorso di studi, assumono in casa, per strada, nei luoghi di lavoro e di aggregazione e, alla luce della situazione sociale contemporanea, ai fenomeni crescenti di intolleranza e razzismo anche a sfondo religioso.
Se così fosse, forse da una sola ora settimanale, si pretende un po’ troppo, non trovate?
Opterei e volentieri mi presterei invece per una riflessione sulla scuola nella sua totalità circa la sua valenza educativa e il suo ruolo nella formazione delle nuove generazioni. Quale idea e quale scuola la Legge 107/2015 (“La Buona Scuola” di Renzi) vuole attuare? Con quali modalità? Con quali insegnanti? Con quali criteri scegliere i docenti, premiare i più operosi e appassionati ed eliminare (e se eliminare) i nullafacenti, gli imboscati o gli incompetenti?

Occorre una riflessione sull’insegnamento e sugli insegnanti in Italia, sul loro percorso di formazione, sul loro reclutamento e sulla loro passione per l’insegnamento oltre che preparazione e competenza specifica. Ogni insegnante ha sulle spalle una grossa responsabilità: è la persona alla quale le famiglie e una Nazione affidano le menti dei propri ragazzi che saranno gli adulti di domani. Accanto ai programmi, occorre che ci si dedichi alla formazione umana e pedagogica dei docenti perché “ciò che l’insegnante è, è più importante di ciò che insegna”.
Come diceva S.Agostino: “se qualcuno ti ha insegnato qualcosa non lo ha fatto di certo con le sue parole ma con il suo esempio”. Così un docente deve cogliere che, se vuole essere efficace nella trasmissione del sapere, non deve solo conoscere ma deve soprattutto vivere ciò che insegna, credere in ciò che insegna, trasmettere passione, essere fuoco vivo. Perché ciò che l’insegnate è, da valore, significato e pienezza a ciò che insegna.
In secondo luogo un insegnante non può non amare e non avere fiducia nei giovani. Se non è così, ha sbagliato mestiere e per il bene di tutti è meglio che si dedichi ad altro.
Sono cresciuto respirando questa aria e da insegnante l’ho fatta mia: don Bosco mi ha insegnato che in ogni giovane, anche il più disgraziato, c’è un punto accessibile al bene. L’educatore è colui che sa veder in chi gli è affidato una persona migliore di quella che gli si presenta di fronte, anche quando è lo stesso ragazzo a non credere più in se stesso. L’educatore come uno scultore che cerca di togliere la pietra inutile per tirar fuori l’opera d’arte! Non è il pensiero di un illuso o di un’idealista ma è anche la parabola dei talenti a confermarcelo.

La scuola deve recuperare il motivo del suo esistere, ossia quello di educare alla “curiositas”, cioé quell’attitudine esplorativa del cuore del giovane che, crescendo, vuole esplorare e cercare il senso del mondo. Se tu fai di un giovane un “curioso” sarà poi lui a cercare, a studiare, ad approfondire perché gli hai messo dentro una passione. Se invece si concepisce la scuola come moltiplicazione infinita di “conoscenze” non possiamo certo sorprenderci se i ragazzi si annoiano e la sentono lontana dalla loro vita reale vissuta in famiglia, per strada, con gli amici.
Sappiamo anche quanto oggi sia importante la capacità di “stare in piedi”, di muoversi fra i banchi, di raggiungere in brevissimo tempo l’allievo, di dimenticarsi della cattedra. La presenza fisica attiva è indispensabile per gestire la classe. L’insegnante non solo deve essere “per” i ragazzi ma deve essere “con” i ragazzi. I ragazzi devono sentire il proprio prof “vicino” e “interessato a lui”
A mio avviso è dunque un errore pensare che la sola ora di Religione possa e debba farsi carico e affrontare le problematiche di una società multiculturale, multietnica e multireligiosa né il compito essere affidato a “nuove materie” come Educazione Civica (che in realtà già c’è, insieme a tanti altri progetti di legalità, accoglienza) o una anonima “Storia delle Religioni” che verrebbe vista come, purtroppo, già è vista la Storia: date e nomi da imparare a memoria e non una esperienza umana da conoscere per valorizzare.

E’ dunque un problema di umanità e a questa umanità tutte le materie scolastiche devono concorrere. E’ un lavoro da “concerto”, non da solisti. Spesso invece la scuola parzializza il sapere e così sgretola l’unità dell’essere umano: i docenti fanno la loro ora, la loro materia e non si curano di come e se quel loro contributo si inserisca nel progetto globale di uomo che si costruisce nel percorso scolastico di ogni allievo.
Neanche io ho risposte sicure ma di certo non è escludendo, eliminando saperi e conoscenze umane, facendo una classifica di ciò che “funziona” e di ciò che “non funziona” su basi ideologiche o di logiche razionali-efficientistiche che costruiremo una scuola migliore e, di riflesso, una società migliore.
Umilmente ritengo invece che è proprio mettendo insieme ogni sapere, valorizzando ogni contributo specifico di ogni materia, che ci si possa avvicinare. Poi se tra gli obiettivi che ci è prefissati, i desideri espressi e la realtà che avremo davanti ci sarà un positivo riscontro, è tutto da verificare. Questo, però, vale per ogni materia, non solo per Religione.

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Pubblicato il 15 Gennaio 2016
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Commenti

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  1. Scritto da Felice

    D’accordo se tale materia si sviluppa nella sfera umanistica allo scopo di aiutare a formare i futuri cittadini, uomini donne del domani.
    Ma a questo punto perché chiamarla “ora di religione” e perchè gli insegnanti dovrebbero essere nominati dalla curia?

    Totalmente contrario se diventa l’ennesima ingerenza di una religione “maggioritaria” nella sfera personale e nell’ambito scolastico.

  2. Scritto da mak

    Rispetto per l’impegno e la professionalità del docente, ma la sua lettera mi pare ovvia. Sarebbe come chiedere al macellaio se la sua carne è buona.
    La parziale svolta “laica” del 1984, benché fosse il massimo possibile in quel frangente, in realtà ha introdotto un “effetto collaterale” negativo: la possibilità di spacciare per “culturale” ( quindi adatto a chiunque) un insegnamento che invece è necessariamente solo per alcuni. Questa lettera ne è la conferma.

  3. Scritto da Antonio60

    Dopo aver letto la luuunga lettera del prof. Rutigliani da Gallarate (capisco che voglia compiacere i propri superiori ecclesiastici e datori di lavoro), vorrei ricordare tante cosette, ma ne scelgo solo alcune: gli insegnanti di religione spesso trattano i vari argomenti solo dal punto di vista cattolico e clericale, sfiorando a volte il catechismo; essi vengono nominati da un vescovo ( v minuscola) di turno, quindi da un piccolissimo e potentissimo stato estero, il Vaticano, ma sono pagati dall’Italia, cioè da tutti noi. Evidentemente non sono ancora sufficienti i tanti miliardi di euro,provenienti dall’8/1000 (anche quello non optato), dalle innumerevoli scuole private cattoliche, cliniche private, alberghi o affittacamere vari,contributi ed esenzioni varie,ecc ecc,ovviamente senza pagare Imu o emettere documenti fiscali. In provincia ce ne sono a decine! Stento a credere poi, che in provincia di Varese, gli studenti che frequentano irc siano il 90%; e nella scuola del prof. Rutigliani di Gallarate, qual è la percentuale? Veramente ha poco da pavoneggiarsi come dice! Ancora: perchè sempre più ragazzi in provincia ed in tutta l’Italia, per non parlare di altre nazioni a noi vicine, scelgono addirittura di uscire da scuola pur di non seguire religione cattolica? Il prof. dovrebbe informarsi sulle tantissime aule semivuote durante l’irc, ma purtroppo pienissime (classi pollaio) nelle altre materie; perchè tali insegnanti hanno avuto ed hanno tanti privilegi rispetto agli stessi colleghi laureati, che hanno fatto concorsi e una gavetta per loro inimmaginabili? Infine: il prof. scrive che l’alternativa non può essere né educazione civica, né un’anonima (?) storia delle religioni perché ci sono troppi nomi e date: la verità è che a nessuno piace la concorrenza e riflettere veramente sul mondo che ci gira intorno!

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