È nato Share, il negozio d’abbigliamento che riusa

L'apertura ufficiale è stata solo il 31 gennaio scorso, ma già i primi varesini stanno scoprendo questa realtà di abbigliamento che assomiglia molto a certi negozi del Nord Europa

L’apertura ufficiale  è stata solo il 31 gennaio scorso, ma già i primi varesini stanno scoprendo questa realtà di abbigliamento che assomiglia molto a certi negozi del Nord Europa.

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Share è un negozio d’abbigliamento di riuso, ideato dalla cooperativa VestiSolidale, legata alla Caritas Ambrosiana.

Il primo punto vendita è nato a Milano in via Padova, ma a Varese è stato creato il secondo punto vendita in assoluto, e primo negozio fuori dal capoluogo, in via Bernardino Luini 3.

A dirigerlo e seguirlo («dalla acquisizione dei capi, tutti sterilizzati ma mescolati in scatoloni, alla loro etichettatura  e al loro posizionamento in negozio: un lavoro non da poco, e più impegnativo di quello che si fa in un negozio “normale”» spiega la responsabile, Chiara Rolandi) ci sono Chiara ed Eleonora: la prima “arruolata” da volontaria del negozio equo e solidale, la seconda assunta attraverso i progetti di InformaGiovani Varese, sono il primo esempio di quello che può fare il negozio, oltre che rimettere in circolo vestiti ancora in ottimo stato (con vantaggio per l’ambiente) e far diventare valore quello che per i più è un rifiuto o al massimo della beneficienza per i poveri: creare lavoro. Apre share, il negozio che riusa

Con una mentalità che sta pienamente nel mercato “normale”. Share ha la logica del franchising, il negozio varesino nasce grazie a una cooperativa locale, la Cooperativa Mondi Possibili, con lo stile la grafica e il know How di quello inventato per via Padova a Milano. «E fra poco apriremo a Lecco, Napoli e di nuovo a Milano», spiega Carmine Guanci di VestiSolidale, la coooperativa del mondo Caritas che si occupa della raccolta dell’abbigliamento, e ora della sua commercializzazione.

«Come cooperativa Mondi Possibili ci siamo sempre occupati di commercio equo e solidale, ma questa ci sembrava un idea del tutto compatibile con l’idea – spiega il presidente Marco Fazio – Un’idea, e un impegno imprenditoriale, che vede al centro le persone»

Ma è anche un progetto che punta sul sociale: «Il progetto che sposa perfettamente l’attività filantropica della Cariplo, perchè da lavoro innanzitutto ai giovani – spiega Dario Bolis, di Fondazione Cariplo –  In 25 anni di attività a Varese, abbiamo finanziato 880 progetti nel sociale per 40 milioni di euro, questo meritava la sua parte». UN progetto che si inserisce «Nei progetti che Caritas Varese sta portando avanti» ha sottolineato il responsabile della Caritas Varesina don Marco Casale.

MA NON CHIAMATELI “CHARITY SHOP”

Il pensiero, ascoltando gli intenti, va subito alle migliaia di Charity shop che costellano il panorama dell’abbigliamento nel Regno Unito: «Ma non possono essere considerati simili – spiega Guanci – per due motivi fondamentali: il primo, è che non è possibile portare nel nostro negozio dei vestiti usati da parte di privati. Per motivi di legge, i vestiti qui in esposizione devono essere sanitizzati prima di essere rimessi in vendita:  cioè devono subire un costoso e professionale trattamento che può essere fatto solo da chi si occupa professionalmente del ritiro dei vestiti. Trattamento che tra l’altro grava poi sul prezzo di vendita: perchè qui non si parla di una lavata in lavatrice, ma di una vera sanitizzazione professionale. Secondo: da Oxfam o negli altri charity shop i vestiti o gli oggetti non sono gravati da Imposta sul valore aggiunto, in nessun modo. Anzi, in tutta Europa il costo dell’abbigliamento venduto in un negozio simile non è gravato da tasse, tranne che in belgio, dove lo Stato prende il 6 per cento. In Italia, invece, uno di questi vestiti usati vale come uno nuovo: cosi lo stato prende su ognuno il 22 per cento di Iva».

IL “NUOVO USATO”, DA 0 A 19 EURO

Share si comporta come un negozio normale: vetrina, capi appesi divisi tra uomo donna e bambino, cabine prova, un orario “classico” (9-12.30, 15.30-190 dal martedì alla domenica) stagionalità dei vestiti in vendita (Ora invernali, ma si attendono i capi primaverili) e persino una pagina facebook, come si addice a un negozio moderno.  Quello che cambia sono i costi, che non superano mai i 19 euro: nemmeno per le giacche o i cappotti. La maggior parte dei pezzi provengono da Italia, Olanda e Germania, il che significa che ci sono anche taglie più abbondanti.

A scegliere i capi in arrivo ci pensano Chiara e Eleonora: «Noi riceviamo dei pacchi generici, poi decidiamo cosa mettere in evidenza in negozio, in base a quello che riteniamo interessante per la potenziale clientela. Tra i primi capi in vendita, non mancano nemmeno pezzi da sera, o cappottini froufrou per bambine: vale la pena di capitare in viaBernardino Luini per dare un’occhiata.

 

 

 

di stefania.radman@varesenews.it
Pubblicato il 09 febbraio 2016
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