Via Francigena: da Cassio alla Cisa

Ultima tappa tutta in mezzo alle montagne e ai boschi dell'Appennino. Grande emozione nel rientrare nell'ostello della Cisa da dove era iniziato il cammino

La via Francigena

Ottanta milioni di anni fa la terra da queste parti si agitava molto. Nacquero in quell’epoca i “salti del diavolo” una formazione sedentaria che si estende dal Monferrato al l’appennino modenese. In Val Baganza dove si trova Cassio c’è una delle testimonianze più spettacolari. Cinque km di guglie e pareti rocciose che emergono in modo brusco e improvviso elevandosi per decine di metri da terra.

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Il nome “salti del diavolo” arriva da una leggenda valligiana che vede in questi scoscesi speroni di roccia le tracce della fuga precipitosa del diavolo alla vista di una piccola croce ostentata da un santo eremita locale.

La compatta roccia, chiamata localmente “mass ladéin” è stata sfruttata sin dal Medioevo dagli scalpellini che hanno lasciato ampie testimonianze del loro lavoro, per esempio nei portali della Pieve di Fornovo e nel duomo di Berceto. La maggioranza degli scalpellini vivevano a Cassio.

A loro è intitolato uno dei sentieri più battuti. Lungo questo percorso a ridosso dei salti del diavolo, e che si innesta anche sulla via Francigena, è possibile vedere le tracce del lavoro degli scalpellini per estrarre blocchi di roccia da lavorare.

Uno dei tanti aspetti piacevoli del cammino è poter attivare la propria curiosità e scoprire così una miriade di mondi, storie, leggende di cui si compone il nostro paese.

È veramente entusiasmante vedere le ricchezze che abbiamo sia naturalistiche che storiche e culturali. Si potrebbe raccontare l’Italia dai dialetti, ma ancor più dalle professioni. Gli scalpellini fanno venire in mente le tante abilità usate in luoghi come i sacri monti dove c’erano cantieri per decenni.

L’arte diventa così lavoro quotidiano e passione per far belle le proprie terre. A Cassio i segni di quelle abilità sono ancora oggi presenti e il paese è un piccolo gioiello. Non stupisce così trovare poi un ostello tanto accogliente e bello.

Anche stanotte è venuta giù tanta acqua. Ci siamo risvegliati con un’aria fredda che all’inizio ha richiesto anche un pile per proteggersi.

La colazione è stata ricca e abbondante condivisa anche con Paola e Maurizio, gli ultimi due pellegrini arrivati ieri sera. Sono veneti e camminano a ritmi incredibili. Erano partiti al mattino da Costamezzana percorrendo così cinquanta km. Oggi la loro meta è Pontremoli. Viaggiano a 5,6 km/h e la mia unica soddisfazione è stata percorrere insieme la strada fino a Berceto. Gli ho abbassato la media a 4,6, ma non ne erano affatto dispiaciuti. Abbiamo parlato di tante cose sia legate al cammino che alla vita che facciamo.

Paola fa trekking da sempre, ma appena andata in pensione ha coronato il suo sogno ed è andata a fare il cammino di Santiago. Quest’anno invece ha scelto la Via Francigena ed è entusiasta.

Ci salutiamo a Berceto dove siamo arrivati passando da un bel sentiero in poco più di due ore e mezza. Un momento di pausa e poi loro sono ripartiti perché li aspettano 32 km belli tosti tra salite e discese.

Io ho deciso di asciugare le solette delle scarpe e le calze perché stamattina era tutto bagnato.

Ero al sole di fianco alla chiesa dov’è anche l’ostello quando è arrivata Irene, una religiosa polacca.

Appartiene a un ordine dove non è previsto l’abito perché il suo ordine fu fondato in Polonia nel 1884 quando il paese era dominato da varie nazioni e i religiosi erano maltrattati. Parliamo a lungo perché lei è molto curiosa delle scelte e della vita dei pellegrini. Vive a Parma da un anno e mezzo per aiutare nel seminario della città. In estate si sposta a Berceto. Parla un buon italiano ogni tanto intercalato da parole spagnole.

“Sono stata dieci anni in missione in Bolivia. Ora mi hanno chiesto di venire qui e sono contenta”.

Mi assiste e non posso declinare ogni suo invito e così mi porta dei piccoli dolci e un bicchiere d’acqua. Siamo rimasti quasi un’ora a parlare passandomi un senso di pace incredibile. Occhi che trasmettono speranza senza tanti giri di parole.

Il cammino è anche questo. Soprattutto questo, incontro e scambi. Semplici, diretti, senza tante complicazioni.

La saluto e mi abbraccia benedicendomi. Da lì la strada sarà tutta in salita, ma oggi ho una marcia in più e vado via tranquillo. Sull’ultima salta per il monte Valoria mi raggiunge Andrea e arriviamo in cima insieme. Da qui ci sono montagne in ogni lato. Uno spettacolo magnifico. Restiamo lassù in vetta per una mezz’ora. Ci giriamo e rigiriamo guardando lontano con dove si può.

Andrea decide di scendere dal passo che è poco più di mille metri. Io resto ancora a scrivere e riflettere su queste due settimane e poi scendo anche io ripercorrendo un tratto di sentiero per poi deviare per l‘ostello della Cisa.

È un’emozione incontenibile. Non mi sembra vero rivedere questa antica casa cantoniera trasformata in ostello per i pellegrini. La mia avventura sulla Francigena è iniziata qui il 20 giugno dello scorso anno. Non avrei mai immaginato di tornare qui per chiudere il cerchio del cammino.

Sono felice e resto per un momento male quando vedo che Caterina e Fausto non ci sono. Chiedo come mai e all’inizio mi prendono in giro poi invece scopro che erano andati ad accompagnare i figli. Li vedo arrivare quando stavo bevendo qualcosa nei tavoli fuori in giardino.

Un abbraccio e una stretta di mano ricordando il tanto tempo passato e anche i pellegrini che sono arrivati lì leggendo pezzi del mio diario.

Il cammino apre le porte dell’anima e oggi ci ho pensato molto riflettendo su quello che è successo a Nizza. Le parole servono davvero a poco e suonano tutte retoriche. Dopo la Cisa ci sono i ponti più belli e forse sta tutta lì una possibile risposta alla domanda drammatica del perché gesti così assurdi e assoluti.

C’è bisogno di ponti. Anche quando sembra impossibile anche solo pensarlo, occorre esser ancora più determinati nel tessere tele di pace. È l’unico modo possibile. Difficile, richiede tempo e tanta fiducia, ma si può fare e praticare. Lungo il cammino, dove tutto diventa essenziale e per alcuni versi più semplice, si pratica l’accoglienza e l’incontro. Quando le società smarriscono questo senso hanno già covato un po’ troppo il senso di smarrimento a cui vorrebbero condurci i terroristi.

Racconterò ancora, un po’ meno a caldo, di questa via di comunicazione. Ancora una volta, sono molto sicuro nel dir questo, il nostro paese si rivela incredibile e affascinante, malgrado tutto.

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Pubblicato il 15 Luglio 2016
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