Processo Binda: “Lidia Macchi fu uccisa al Sass Pinin”

Udienza fiume per il processo a Stefano Binda, accusato di aver ucciso Lidia Macchi. Il consulente dell'accusa sostiene che la giovane sia stata uccisa dove è stata trovata morta. Per la psicologa la lettera è stata scritta dall'assassino

Processo Lidia Macchi

Il processo a Stefano Binda, accusato di aver ucciso Lidia Macchi, è ripreso questa mattina nell’aula bunker del Tribunale di Varese. La Corte d’Assise ha ascoltato alcuni testi e consulenti dell’accusa che hanno sviscerato gli aspetti psichiatrici dell’imputato e fornito una diversa versione delle fasi dell’omicidio della giovane, sollevando anche alcune obiezioni da parte della difesa sulla conduzione dell’esame da parte del p.g. Gemma Gualdi.

La ricostruzione dell’omicidio: Lidia uccisa dove fu ritrovata

In particolare è stata la consulenza del professor Franco Posa a indispettire la difesa rappresentata dagli avvocati Sergio Martelli e Patrizia Esposito. Il medico ha analizzato tutti gli atti relativi alla scena del crimine e all’esame autoptico ed è giunto alla conclusione che Lidia Macchi sia stata uccisa nel luogo dove è stata ritrovata e, cioè, al Sass Pinin: «L’evento violento è iniziato nell’auto di Lidia, subito dopo il rapporto sessuale. La ragazza sarebbe stata colpita al collo, una prima volta, in auto e si sarebbe procurata la ferita alla mano sinistra cercando di proteggersi dalle coltellate. La macchia a stampo sul sedile dove era seduta sarebbe dovuta al tentativo di fuga e corrisponderebbe alla ferita che aveva sulla mano che ha lasciato un segno di pressione sul sedile mentre cercava di uscire dall’abitacolo. Subito dopo avrebbe fatto uno o due passi in posizione ancora eretta e sarebbe stata colpita nella zona toracica due volte, forse mentre si girava verso destra per controllare il movimento dell’aggressore. Dopo le ulteriori coltellate nella zona del seno sarebbe caduta in avanti perdendo i sensi e l’assassino l’ha colpita alle spalle numerose volte con una modalità definita “a tripletta” (serie di coltellate ravvicinate e rapide per assicurarsi che la vittima non possa sopravvivere, ndr)».

Il sangue nei vestiti

Posa dà anche una spiegazione del fatto che sia nell’auto che nel terreno sotto il corpo di Lidia non vi fossero tracce abbondanti di sangue come ci si aspetterebbe di trovare in seguito ad un numero di coltellate così elevato e che hanno interessato vasi sanguigni in profondità: «Il sangue è stato in gran parte assorbito dai numerosi strati di indumenti che indossava: quello fuoriuscito dal collo sarebbe stato assorbito dal colletto della giacca e dalla sciarpa mentre quello del torace e della schiena sarebbe stato assorbito dalla maglietta intima, dalla camicia, dal maglione e dalla giacca. Circa 300 cc, inoltre si sono depositati in una cavità toracica interna. In tutto ho calcolato circa 1,5 litri di sangue».
Questa ricostruzione è completamente diversa da quella fornita nell’immediatezza dei fatti dal medico legale Tavani che, invece, ipotizzava l’esecuzione dell’omicidio in un altro posto rispetto al luogo del ritrovamento. Per Posa non ci sono segni di trascinamento del corpo o, comunque, di spostamento.

L’interpretazione della poesia: compatibile con atto violento

Lo stesso consulente ha anche attribuito la lettera-poesia “In morte di un’amica” all’assassino di Lidia Macchi: «La morte urla contro il suo destino, grida di orrore. L’assassino scrive per tirare fuori qualcosa che ha dentro e che potrebbe aver vissuto. Ci sono riferimenti religiosi e mette in risalto l’aspetto sacrificale – spiega ancora Posa – questo tipo di scritto è compatibile con una persona che ha compiuto un atto compulsivo e violento. Lo scrive perchè non riesce a trattenere dentro di sè un atto così violento. Lo comunica ad altri perchè ha una doppia personalità: quella del violento e quella della persona controllata.  Lo comunica ai genitori per chiedere perdono». Infine spiega perchè sulla busta e sul francobollo non c’è il dna di Binda: «Probabilmente non voleva lasciare prove». Va detto che nel 1987 non esistevano, in Italia, tecnologie per identificare il dna di una persona.

La psichiatra scioglie il vincolo di segretezza

Prima di Posa aveva testimoniato la psichiatra Maria Teresa Ferla che aveva avuto Stefano Binda in cura per alcuni mersi tra il ’93 e il ’94, durante il suo periodo di dimissioni dalla comunità terapeutica “Pinocchio” di Rodengo Saiano. La Ferla ha deciso di non avvalersi del segreto professionale e ha parlato dell’omosessualità di Binda, del fatto che avesse avuto rapporti sessuali a pagamento con uomini ma anche della sua discontinuità e scarsa inclinazione a farsi indagare su temi che riguardavano – appunto – la sua omosessualità, la sua misoginia (definita ironizzante, ndr) e la dipendenza da eroina: «Binda mi apparve come una persona di grande intelligenza, capace di distanziarsi da contenuti che lui relegava in modo molto difensivo e dissociato. Lo ricordo come uomo affascinante e dall’ottimo eloquio. Notai in lui un disturbo borderline della personalità ma non riuscii ad indagare il suo lato più oscuro».

Parla Binda

Di fronte alla scelta di sciogliere unilateralmente il vincolo del segreto professionale lo stesso Binda ha voluto rilasciare una dichiarazione spontanea nella quale non concedeva lo scioglimento di questo vincolo, richiesta che non ha sortito nessun effetto nella deposizione della teste. La difesa, però, ha già annunciato che presenterà un esposto al consiglio dell’Ordine di cui fa parte la dottoressa per aver violato il segreto professionale.

Maria Teresa Ferla non credibile per la difesa

Il controesame dell’avvocato Patrizia Esposito si è incentrato sulla convinzione che la teste non sarebbe credibile in quanto ha negato di aver frequentato Binda anche al di fuori delle sedute di psicoterapia e perchè – per sua stessa ammissione di fronte alla domanda della difesa – è appartenente a Comunione e Liberazione e all’associazione Memores Domini. La Ferla ha negato di aver accompagnato Binda ad acquistare l’abito per la laurea, di averlo ospitato in casa a Milano e di averlo invitato ad una festa di compleanno a Mantova.

Lo scontro sui testi che sembrano periti

In aula è stato chiamato anche lo psichiatra Massimo Clerici, che ebbe Binda come bibliotecario per qualche mese nella sede dell’Associazione per la ricerca sulla schizofrenia, al quale furono sottoposti due test sulla personalità borderline eseguiti agli ospedali riuniti di Brescia dove fu ricoverato per disturbi alimentari e per un tentativo di suicidio coi farmaci, emersi durante il suo soggiorno nella comunità. Anche su questo teste si è acceso lo scontro, cortese ma strisciante per tutta l’udienza, tra l’accusa e la difesa che ha sollevato obiezioni sulla conduzione dell’esame quasi come se il professor Clerici fosse un consulente e non un tecnico.

L’analisi della poesia “In morte di un’amica”

Breve apparizione anche per lo psicoterapeuta Angelo Contri, che ebbe in cura Binda per alcuni mesi, e infine si è svolto l’esame della psicologa Vera Slepoi, consulente dell’accusa sulla lettera-poesia. La psicologa ha spiegato di aver fatto una valutazione psicologica al buio, prima di sapere a chi fosse stata attribuita: «Dalla lettera emerge un vissuto di chi ha elaborato un fatto grave. La motivazione è la conflittualità nella personalità di chi scrive. Non è la descrizione di un delitto passionale ma di un conflitto interno tra violenza, religiosità, mondo delle pulsioni e mondo delle regole.  Queste due persone (Lidia Macchi e Stefano Binda, ndr) si sono incontrate ed erano nel conflitto tra pulsioni e regole della religione.

L’omicidio sarebbe scaturito dalla rottura di uno schema rigido che ha portato ad una reazione scomposta – ha spiegato ancora la psicologa che poi ha evidenziato -. Senza rapporto sessuale non ci sarebbe stato l’omicidio». La Slepoi conclude dicendo che chi ha scritto quella poesia ha senz’altro ha vissuto l’evento descritto e che sicuramente si tratta dell’assassino. Lo avrebbe fatto come atto liberatorio per poi riuscire a rimuoverlo». Il controesame della difesa è stato rimandato all’udienza del 15 settembre.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 07 settembre 2017
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