Mali: nella pianura Saheliana, verso l’orizzonte infinito

Il viaggio in Mali prosegue dove si incrociavano le piste carovaniere provenienti dal Sahara e dove, nei secoli passati, si svilupparono alcuni dei più potenti regni del continente africano

Giancarlo Samaritani ci presenta “Cuore nero”, documentario della rubrica “In viaggio col Mercante”. Un viaggio partito dall’Africa che si snoda sulle tracce delle antiche vie commerciali percorse nel passato dagli antichi mercanti.  Il viaggio in Mali prosegue dove si incrociavano le piste carovaniere provenienti dal Sahara e dove, nei secoli passati, si svilupparono alcuni dei più potenti regni del continente africano.

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La parola Sahel in arabo significa “bordo del deserto” (Sahil), questa definizione spiega bene il tipo di territorio, una fascia semi desertica che attraversa tutta l’Africa da ovest ad est, dalla Mauritania copre poi il Mali, Il Burkina Faso, il Niger, il Ciad, il Senegal, il Sudan e l’Eritrea.

Il processo di desertificazione dovuto principalmente alle prolungate siccità fa si che l’area sia in continua estensione provocando enormi problemi alle popolazioni  che vivono in quest’area.

Proseguo quindi la mia esplorazione inoltrandomi nelle pianura Saheliana   

Ho lasciato alle spalle la falesia ed i villaggi Dogon, adesso l’orizzonte infinito annulla i punti di riferimento ed il vento cancella le piste tracciate sulla sabbia, si corre il rischio andare andare nella direzione sbagliata. Fortunatamente la mia guida conosce bene il territorio, si fanno chilometri senza vedere null’altro che sabbia.

 Però capita inaspettatamente di trovare un villaggio che pare disabitato, ma appena il nostro fuoristrada si ferma improvvisamente si anima di vita.

Ogni centro abitato merita una fermata, quanto più è piccolo che nemmeno merita un puntino sulla mappa tanto più esercita per me un invito irresistibile. Mi piace stare tra la gente, uomini, donne e bambini che vivono di nulla in questo territorio sterile e desolato, ma con grande dignità. 

Nel viaggio i rapporti umani e la comunicazione sono ciò a cui tengo maggiormente.

Ormai conosco l’accoglienza africana, so che ogni sorriso è vero ed è l’espressione più sincera dell’ospitalità. Ogni persona che incontro è spontanea, è facile relazionarsi con chiunque, basta solo avere un po’ di tempo ad esempio per i saluti che ne richiedono parecchio in quanto il loro rituale richiede tempi e regole precise, una serie di domande e risposte sulla situazione personale, famigliare, la salute ecc… 

Il pozzo è l’unica risorsa di vita per gli abitanti del villaggio e per le loro mandrie. I Peul sono pastori nomadi di origini antichissime, per tradizione normalmente vivono in capanne semplici in funzione dei loro continua spostamenti. Ora però, anche se lentamente, i tempi cambiano, quindi succede che alcuni insediamenti diventano stanziali, allora le case ed i granai diventano più solidi, i muri vengono costruiti in argilla. La manutenzione dei queste abitazioni è affidata alle donne.

Anche se il villaggio è piccolo la moschea è indispensabile, qui la religione è molto praticata, ma l’islamismo africano non è come quello arabo, è decisamente più permissivo.

La sabbia è una fedele compagna di viaggio ed è “l’ingrediente” immancabile di ogni cibo.

L’aria è così calda che sembra il soffio di un asciugacapelli.

Arrivando in un villaggio Dogon ciò che cattura maggiormente l’attenzione è la “toguna” o casa della parola, l’edifico più importante del villaggio dove si riunisce il consiglio degli anziani per discutere i problemi del villaggio. Si tratta di un edificio composto da pilastri in legno scolpito che sorreggono lo spesso strato di paglia che costituisce il tetto con la funzione di mantenere fresco lo spazio sottostante. I pilastri sono otto come il numero degli antenati e come il numero degli anziani che compongono il consiglio. L’altezza all’interno è molto ridotta ed implica di mantenere una posizione sottomessa nell’eventualità che gli animi si accalorino durante le discussioni più accese. 

Nel villaggio si svolgono semplici attività artigiane che sono però degne di attenzione per la loro funzione di conservare l’antica manualità. Se l’arte rappresenta la cultura dei popoli i mestieri tramandano nel tempo la loro storia.

Poi ci sono i fabbri, nella cultura dell’Africa Occidentale i fabbri appartengono ad una casta chiusa che si tramanda da padre in figlio. Grazie alla loro abilità di manipolare sia la materia che il fuoco, capacità che sottintende poteri mistici e potenzialmente pericolosi, i fabbri sono temuti, talvolta anche disprezzati.

Allontanandomi dal villaggio osservo da lontano le donne che pestano i cereali nei grandi mortai, poi il deserto sembra prendere il sopravvento…ci dirigiamo di nuovo verso la falesia di Bandiagarà.

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Pubblicato il 09 Giugno 2018
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