“Non lasciateci soli”, il grido di allarme dei giovani al mondo dei grandi

Abbiamo incontrato i responsabili dele cooperative che da novembre stanno portando avanti il progetto Rifr@zioni nelle scuole medie e in strada: "Siamo noi la risposta ai vandalismi"

Atti vandalici in via Milano a Busto 2 marzo 2019

Alcune vicende accadute in città in queste settimane ci raccontano di una gioventù bustocca inquieta (foto), tra vandalismi e reazioni violente a chi chiede semplicemente di pagare il biglietto del pullman. Sono spie di un disagio che va ascoltato e l’amministrazione sta lavorando proprio su questo disagio prevenendolo con il progetto “Rifr@zioni”.

L’impegno messo in campo dalle cooperative che hanno partecipato al bando dell’assessore ai Servizi Sociali Miriam Arabini va al di là dei proclami del sindaco Emanuele Antonelli che tuona dalla sua pagina facebook frasi dure quali “vi prenderemo”, “pagherete tutto” (che ci sta anche), “stronzi”.

Per capire come sta andando, abbiamo incontrato i responsabili di questo team di cooperative che sta lavorando nelle scuole medie cittadine e al di fuori delle mura scolastiche con un progetto ospitato dal circolo Gagarin.

Del progetto fanno parte la cooperativa Elaborando (capofila), la cooperativa Alisei, il Cta (centro di terapia dell’adolescenza), Naturart, cooperativa Davide e il Consultorio per la famiglia Onlus. Sono circa 2 mila i ragazzi, preadolescenti ed adolescenti, coinvolti in questo progetto.

Cta, cooperativa Davide e Alisei sono impegnate con le classi seconde delle scuole medie bustocche. Beatrice Masci, della cooperativa Alisei, parte proprio da questo disagio ben evidente nelle strade: «Questi ragazzi ci stanno chiedendo di essere visti e riconosciuti con tutto il loro portato di difficoltà emotive. Se non ci prendiamo cura di loro, loro non si prenderanno cura di noi quando saremo anziani – spiega – gli adulti devono esserci, devono incanalare queste emozioni e aiutarli a costruire relazioni non distruttive. La risposta ai vandalismi non può essere solo “vi prenderemo stronzi”, è sicuramente giusto far pagare a loro i danni provocati ma poi dobbiamo anche chiederci e chiedere a loro perchè reagiscono spaccando tutto».

Sara Pietrobon del Cta – centro terapia adolescenza, spiega come stanno lavorando: «Insieme alla cooperativa Davide siamo entrati scuole medie e abbiamo deciso di lavorare sui ragazzi di seconda media perchè sono in un periodo di ridefinizione: escono dall’infanzia e iniziano a diventare adolescenti. Si lavora sulle relazioni e su come si guarda la realtà esterna. Affrontiamo il problema di ragazzi che si chiudono in loro stessi e rifuggono le relazioni oppure che hanno il problema opposto, ovvero giovani che reagiscono aggredendo. In entrambi i casi ci stanno dicendo che hanno bisogno di adulti che si occupino di loro».

Dall’altra parte gli operatori stanno lavorando anche con i docenti delle scuole con un incontro mensile per riflettere e far diventare gli stessi insegnanti punti di riferimento per i loro ragazzi. Dentro questi laboratori emerge di tutto: gli operatori hanno trovato ragazzi con un portato di difficoltà familiari importante ma anche situazioni più “normali” che, però, possono lasciare strascichi che vanno affrontati e gli insegnanti devono conoscere questa dimensione per poterla affrontare anche in classe.

Arrivati ormai a marzo i risultati cominciano a vedersi: «I professori hanno notato che c’è un cambiamento. Ragazzi che hanno delle ferite interiori da curare, che prima tenevano tutto dentro, ora cominciano a prendere posizione e questo i docenti lo hanno apprezzato» – prosegue Sara. Le esperienze fatte nei laboratori, con gli educatori, puntano proprio a riparare queste ferite, facendole emergere e chiedendo loro di esprimere come si sentono di fronte al loro disagio.

«Per gli insegnanti il problema è spesso la comunicazione – proseguono i responsabili delle cooperative – il disagio dei giovani spaventa l’adulto-insegnante. Andare oltre la nota o la sanzione e cercare di elaborare le ragioni che hanno portato a quel comportamento. Spesso si tende a sottovalutare problematiche come l’esclusione dal gruppo, la derisione, il tradimento di un’amicizia, la cotta non corrisposta per un compagno di classe. Si lavora sulle emozioni che provano e sui due registri comunicativi che usano i nativi digitali: da un lato le parole dette con la bocca e dall’altra quelle scritte sulle chat di whatsapp o nella comunicazione tramite videogiochi (Fortnite ad esempio). Spesso gli insegnanti hanno difficoltà a capire anche perchè non sono nativi digitali e quindi sembra che il solco che li separa dai loro alunni sia ancora più profondo». Il risultato è che ora sono gli insegnanti a chiedere il supporto degli educatori del progetto Rifr@zioni.

Prosegue Sara Pietrobon: «Si lavora con un approccio multidimensionale, un modello terapeutico basato su evidenze scientifiche diffuso in ambito sanitario negli stati uniti, come metodo di intervento per il disagio giovanile. Il timore di molti insegnanti è che quando finirà Rifr@zioni poi rimarranno di nuovo da soli ad affrontare la confusione tipica dell’adolescente». Trasformare i professori in basi sicure per i loro alunni è un lavoro che va ripetuto negli anni e non può essere qualcosa di estemporaneo.

Il team di Rifr@zioni, per andare incontro alle esigenze dei professori ha istituito anche uno sportello itinerante caregiver attraverso il quale gli operatori vanno nelle scuole (e non solo) su richiesta, per aiutare gli educatori ad affrontare alcune situazioni. Lo sportello è stato pensato anche per le società sportive, per gli oratori e per tutte quelle realtà che interagiscono con i giovani. Altro servizio attivo, anche se può gestire solo due/tre casi alla volta, è Sos Pronto Intervento Psicologico, altra azione del progetto a cui i professori possono inviare delle famiglie che vivono il disagio giovanile.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 21 marzo 2019
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