Happy sad e le sperimentazioni di Buckley

La quarta tappa di questa nuova rubrica di recensioni dedicata ai i principali LP usciti 50 anni fa ci porta alla scoperta di uno dei più interessanti cantautori di quel periodo

50 fa la musica

Chissà se i giovani fan della (diciamolo!) stra-abusata Hallelujah cantata da Jeff Buckley sanno cosa c’è dietro… E non mi riferisco qui al fatto che la canzone sia di Leonard Cohen, né che non si tratti esattamente di un inno di chiesa, quanto del fatto che prima della purtroppo brevissima carriera di Jeff ci fu quella di suo padre Tim, che lo influenzò fortemente.

Tim Buckley fu infatti uno dei più interessanti cantautori di quel periodo, in quanto amava sperimentare con la sua voce di straordinaria ampiezza fondendo rock, folk, blues e jazz. Questo dell’estate ’69 è il disco di passaggio fra la prima e la seconda fase della sua carriera, ed è ancora molto ascoltabile, anche se non certo pop: la lunga e movimentata Gypsy Woman sarà forse il suo brano più conosciuto.

I tre dischi successivi oggi sono di più difficile e meno piacevole ascolto: arrivato al terzo, quello Starsailor che già dal titolo suggeriva assoluta libertà stilistica, capì di essere in un vicolo cieco e decise di provare con tre dischi di un rock funk che allora sembrò troppo commerciale, ma in realtà non sono invecchiati così male. Nemmeno questi però vendettero molto. Morirà a ventotto anni di un’overdose di eroina.

Curiosità: Dream letter, che darà poi il titolo a uno splendido live postumo, è una commovente lettera indirizzata alla moglie ed al figlio Jeff, nato dopo che Tim se n’era andato e che incontrerà una volta sola. Com’è noto avrà poi molto più successo del padre ma ancora più sfortuna visto che, anche se in un età superiore di due anni rispetto a Tim, morirà annegato dopo aver pubblicato un solo, eccellente album in studio.

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Pubblicato il 21 giugno 2019
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