E il cowboy di Belfast firma un altro capolavoro
Pur cambiando un po’ genere, Van Morrison si conferma un grandissimo
E dopo aver iniziato la carriera solista – lasciamo pur perdere Blowin’ your mind – con quella meraviglia di Astral weeks, Van Morrison pubblica un nuovo disco, molto differente dal primo: è un altro capolavoro che dimostra, se necessario, che siamo davanti ad un protagonista assoluto della musica dei decenni successivi. Astral weeks non era stato un successo, e Van doveva cambiare un po’ rotta: quando il produttore lo fece iniziare con gli stessi musicisti, prese in mano la situazione, li sostituì e disse che di fatto da quel momento il produttore diventava lui stesso. Ne uscì un sound molto diverso, molto più legato al Rhythm ’n’ Blues, con spruzzate di jazz, e molto più dipendente dai fiati: più facile che gli assoli li facesse il sax piuttosto che il chitarrista! E sotto questo profilo è addirittura fin troppo evidente l’influsso che Moondance avrà su tantissimi musicisti, primo fra tutti lo splendido Springsteen di “The wild, the innocent & the E street shuffle” tre anni dopo. E i testi? Be’, fatta forse eccezione per Into the mystic, che avrebbe potuto entrare in Astral weeks, è un Van diverso, che si era spostato da New York alla campagna di Woodstock e che viveva in serenità nella natura con la moglie: tutto questo era ben riflesso nei brani, pervasi di ottimismo.
Indispensabile!
Curiosità: Van, grande fan di Dylan, chiamò per la foto di copertina Elliott Landy, che aveva scattato quella di Nashville Skyline. Ma perché le cinque foto sulla copertina sono tagliate anziché mostrare l’intero volto e la bella capigliatura? Landy racconta che quando arrivò per fotografarlo, Van aveva un brufolo gigantesco in piena fronte… e Photoshop era di là da venire!
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