Dagli Este alla Borgogna: una leggenda per Varese

Una statua e una storia mitica che corre dalla Borgogna alla città giardino grazie al lavoro di Alexandra Bacchetta e alla ricerca e penna di Mario Visco. La leggenda del Braccialetto di Bosso diventa anche un progetto e giovedì si terrà la prima serata di racconto

La leggenda del Bosso

I giardini Estensi sono un luogo magico. La loro bellezza, la loro storia, l’arte legata alla natura ne fanno uno spazio di grande valore. Manca solo una leggenda, qualcosa di mitico a cui gli uomini, le comunità hanno sempre lavorato a partire dagli antichi Sumeri, e sicuramente anche prima.

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Su questo Alexandra e Mario, spinti dalla creatività artistica la prima e dal piacere della storia e della scrittura il secondo, hanno iniziato a confrontarsi fino ad arrivare a una proposta per la città di Varese.

Una statua di terracotta più forte dei destini dell’uomo, un mito che attraversa i secoli e si rinnova, una storia che prende alla storia il passo del tempo e lo fa suo, rilanciandolo nel presente: La leggenda del braccialetto di bosso è questo e molto altro da raccontare.

Ispirata dal mito di Artemide e Atteone, la statua in terracotta che raffigura un giovane fauno cervino sul cui grembo siede una giovinetta, è stata realizzata due anni fa da Alexandra Bacchetta col preciso intento di vivificare uno spazio e un tempo ben definiti. Quello spazio e quel tempo, però, sono quasi subito mutati, diventando il fertile terreno in cui seminare un racconto. Una storia.

Che cos’è successo, vi domanderete?

“Che la statua, pensata per un castello della Borgogna, è inaspettatamente diventata oggi una chance per arricchire un angolo della Città Giardino. – Racconta Alexandra – Già prima di realizzarla, qualche anno fa, avevo pensato col mio compagno, Mario Visco, di legarla a un racconto da cui potessero generarsi altre possibilità per celebrare, insieme col Bello, anche l’Amore. Insomma abbiamo deciso di accompagnare questa statua, che vuole già essere un inno all’Amore, con una storia d’amore e d’amicizia, di rispetto della Natura e delle diversità”.

E il richiamo alla Città Giardino?

“Per trovare un legame tra mito, modificato, e storia, Mario ha voluto cercare documenti storici che garantissero la verosimiglianza. Alla fine ha deciso di lasciare l’ambientazione originaria nella Borgogna, che è terra di riserve di caccia e i cui luoghi ben si prestavano alle scene descritte nel racconto e di trasportarla anche a Varese, la sua città. Il motivo? Per Mario e me più che un motivo è un sogno: poter creare un’istallazione dedicata alla Leggenda del braccialetto di bosso, nell’area del Roccolo, dentro il parco dei giardini estensi. Qui potrebbe sorgere un angolo dedicato all’Amore, che sia tra innamorati o tra genitori e figli, nonni e nipoti, amici, amanti della natura, discepoli della tolleranza, del rispetto delle diversità. Un angolo che qualifichi Varese per la Bellezza e l’Armonia. Ecco allora che s’è resa necessaria la fictio che chiama in causa Francesco III duca d’Este e signore di Varese fino al 1780, oltretutto una figura poco considerata nelle presentazioni di Varese, se non per le vicende del Palazzo Estense e del suo parco”.

La storia, ultimata ma in fase di ampia rielaborazione, comincia infatti come tante storie raccontate da una madre alla propria creatura – nel caso il piccolo duca all’età di 4 anni -, prende poi linfa dalla natura selvatica e magica della Beozia, s’arrampica fino alla Borgogna medievale, laddove si narra che a dame e cavalieri capitasse che l’Amore impartisse lezioni per mezzo d’un fauno metà uomo e metà cervo e rimbalza all’anno 1702, dentro lo sguardo trasognato di un bambino di 4 anni, sprofondato nel suo letto. Lo stesso che 78 anni dopo, sul letto di morte, chiederà ancora di riempirsi gli occhi stanchi di quella leggenda.

Può anticiparci qualche parte della Leggenda?

“Secondo il mito classico, Artemide, dea della caccia, vistasi scoperta dal giovane Atteone, mentre prendeva un bagno sul Monte Citerone con le sue ninfe, schizzò d’acqua il cacciatore, che si trasformò in cervo e che per questo fu sbranato dalla sua stessa muta di cinquanta cani, da quell’episodio, riletto in modo credibile, si sviluppa la storia, legata alla genìa dei fauni e alle vicende di una nobile famiglia della Nivernais, la provincia di Nevers. In sintesi estrema, posso dire che il fil rouge è un continuo dipanarsi dell’Amore nel senso di ciò che non muore ma anche di ciò che sa rendere umano il divino e il divino umano”.

La statua c’è ma quando sarà pubblicato il racconto?

“Sia Mario, sia io crediamo nella sincronicità così come la intendeva Carl Gustav Jung: quell’invisibile legame tra due eventi contemporanei, connessi tra loro ma senza rapporto causa-effetto. Due eventi che appartengono allo stesso contesto, come due orologi sincronizzati sulla stessa ora. Il taoismo risolve tutto col termine Tao, la via. Tutto ciò che deve accadere, accade. C’è già qualche contatto ma è prematuro parlarne. Vedremo”.

La leggenda del Bosso

UN CICLO DI INCONTRI A FEBBRAIO

Di questa leggenda, tratta da una statua che pare aver attraversato i secoli per prendere vita, e delle sue possibili destinazioni a Varese o altrove, si parlerà la sera di giovedì 13 febbraio, nell’atelier “Al Broletto” di via Veratti 4, a Varese, primo incontro del calendario di Suggestioni d’artista-DuemilaEventi, che ritorna dopo il fortunato prologo dello scorso autunno.

Se Febbraio sarà il mese dedicato alla Leggenda del braccialetto di bosso, a marzo toccherà invece a Mon Henry (La Goulue e Henry de Touluse Lautrec) mentre ad aprile sarà la volta di Hokusai (vorrei vivere fino a 140 anni per diventare un buon pittore).

Ingresso a offerta libera ma necessaria la prenotazione essendoci solo dieci posti disponibili. Telefonare o mandare un messaggio al numero 392.7805918

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Pubblicato il 09 Febbraio 2020
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