Incinta durante la quarantena

Santina racconta la sua esperienza della gravidanza durante la quarantena. "Ho rinunciato a tanto. Ma ho anche potuto vivere emozioni nuove, che solo una situazione d'emergenza avrebbe potuto regalarmi"

Memoria covid

Se guardo indietro e penso a come avrei desiderato vivere questi mesi, l’elenco di tutto ciò a cui ho rinunciato mi sembra lunghissimo. Aspetto un bambino (o una bimba: sarà una sorpresa fino alla fine), che nascerà alla fine di giugno e trascorrere la mia gravidanza in quarantena è stato difficile.

L’allarme Coronavirus è proprio giunto quando sono rimasta a casa in maternità anticipata a inizio marzo, piena di propositi sui mesi che avevo dinanzi: complice l’arrivo della primavera, avrei potuto uscire a passeggiare nella mia valle Olona, fare pranzi con le amiche, partecipare ai corsi preparto incontrando altre donne in attesa.

Avevo perfino chiesto al mio compagno di accompagnarmi al campo di tulipani di Arese, dove avrebbe potuto fare qualche foto al mio pancino che cresceva, contornata dai fiori: un piccolo vezzo che avrei preferito al chiudermi all’interno di un set fotografico, come fatto da tante amiche in dolce attesa.
C’era in programma di trascorrere un paio di settimane nella seconda casa di Graglio, in val Veddasca, e il resto del tempo di dedicarmi alla collaborazione con VareseNews, partecipando maggiormente al lavoro dei colleghi e andando in redazione più spesso.

Non ho potuto fare niente di tutto questo.
Niente passeggiate, proibito raggiungere le seconde case, le foto col pancino scattate accanto al divano.
La mia gravidanza non è stata lontanamente come l’avevo sognata: l’ho trascorsa da sola fino a sera ogni giorno, nel bilocale in cui vivo a Varese con il mio compagno, senza un balcone o un giardino.

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I corsi preparto Ii ho dovuti seguire online, senza la possibilità di instaurare nuovi rapporti con altre mamme, utili per un confronto e un aiuto reciproco. Durante le attese ecografie del mio piccolo, il papà non ha potuto restare al mio fianco, nemmeno per la morfologica, esame importante per valutare che tutto proceda bene. Lui ha cercato di consolare me, nascondendo il suo grande dispiacere. Per fortuna, ho trovato un medico che, per asciugare le mie lacrime, nonostante non si potrebbe mi ha concesso di fare una breve ripresa video dell’eco, così da mostrargli come tutto stesse andando bene.

Il mio compagno ha lavorato per tutto il tempo, cercando ogni giorno di prestare la massima attenzione a mantenere le distanze dai colleghi e a rispettare le norme di sicurezza, così da tutelare anche me.

La parte difficile non è stata vederlo tornare ogni sera e temere avesse contratto il virus: in realtà, non ho mai avuto paura di un possibile contagio mio o suo. Ascoltavo le notizie, scrivevo gli articoli raccontando come i territori che seguo per VareseNews stessero reagendo, ma restavo convinta che osservando le regole nulla di male ci sarebbe accaduto.

Non è stato così per tutti quelli che conosco. Nessuno di noi si è ammalato, ma c’è chi è rimasto infettato dalla “fobia da virus” . Il 31 marzo avevo una visita a Milano per valutare la crescita del mio bimbo, ma in quel periodo mio padre non era in forma e mia madre badava a lui, il mio compagno non riusciva a prendersi il giorno di ferie.

Con molta serenità pensai di chiedere di accompagnarmi ad alcuni cugini e a un paio di amici: ero in grado di guidare, ma la cintura di sicurezza iniziava ad infastidirmi. Uno alla volta, mi dissero tutti di no. Fu uno shock: la loro paura del virus faceva preferire loro mandarmi a Milano da sola, piuttosto che affrontare il rischio di un contagio. Tra l’altro, alla Mangiagalli non era possibile entrare, quindi avrebbero solo dovuto guidare fino a lì, attendere io andassi dai medici e riaccompagnarmi a casa. Io li rassicurai che mi sarei messa dietro in auto, con mascherina e guanti, ma ottenni solo “No”. In un caso, con il massimo del dispiacere di chi non poteva accompagnarmi, temendo per l’incolumità degli anziani genitori e manifestandomi tutti i suoi sensi di colpa. Per le altre persone a cui chiesi questo favore, il diniego arrivò con superficialità e noncuranza.

Ci ho pianto tanto e mi sono sentita sola.
I miei genitori insistettero per accompagnarmi, feci loro credere di accettare, ma conscia del loro momento particolare di fragilità, quel mattino agii diversamente.

La fatica più grande della mia quarantena è stata mettermi in auto, in quel giorno di fine marzo, e andare da sola a quel controllo. Ammetto di non aver ancora superato questa rabbia e questo senso di impotenza.

Ho rinunciato a tanto. Ma ho anche potuto vivere emozioni nuove, che solo una situazione d’emergenza avrebbe potuto regalarmi.

Ci sono state tutte le persone che, sentito il racconto di quel viaggio in ospedale da sola, mi hanno sorpresa dicendomi che loro mi avrebbero accompagnata senza alcuna esitazione.
Inoltre, non potendo uscire, mi è stato regalato più tempo in solitudine con il mio compagno, momenti di sogni, progetti e cenette romantiche, ancor più preziosi perché a breve saremo in tre. Nella mia quarantena c’è stato tutto questo, ma anche altro

Ad aprile, al ritorno da una visita, passai da Gorla Minore e mi fermai sotto casa delle mie zie “vecchiette”, splendide 85enni che in questa pandemia hanno tirato fuori risorse inaspettate.
Dal cancelletto, le potei salutare, mettermi di profilo mostrando il pancino che cresceva e mandare loro mille baci. Inutile dire che nel viaggio in auto verso Varese, quel giorno fui canterina e allegra, rinvigorita da quel saluto a distanza.

Un’emozione analoga ci fu durante un breve periodo di ricovero programmato, durante il quale era consentito ricevere una sola visita settimanale. I miei genitori vennero alla Mangiagalli, ma solo mia madre poté salire in reparto. Il saluto di mio padre dalla finestra resta una delle manifestazioni d’amore inaspettate e anomale che questo allarme Coronavirus mi ha donato.

Covid-19 tanto mi ha tolto, ma è stato capace di strapparmi anche dei sorrisi.

Santina Buscemi, Varese

 

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Pubblicato il 24 maggio 2020
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