Usciremo dalla pandemia se impareremo a pensare “vita tua, vita mea”

La lettera aperta di una professoressa che affronta senza giri di parole il tema del bene e della difficoltà collettiva: riusciremo a imparare da quest'anno funesto?

Generica 2020

La riflessione d’inizio anno di una professoressa.

Non sono abituata a rendere pubblici i miei pensieri, ma l’anno che ieri si è concluso è stato talmente particolare da indurmi a farlo, un anno straordinario e disgraziato che rimarrà nuovo capitolo nei libri di Storia e ferita nella nostra memoria.

La retorica si è sprecata ma, a un minimo di distanza – che è sempre necessaria per cogliere oggettivamente il significato di un accadimento che percuote emotivamente e fisicamente un popolo – non si può negare che, per un attimo, quando lo tsunami ci ha colto a marzo, siamo stati capaci di mettere da parte egoismi e capricci e di reagire dignitosamente alla paura, allo sconcerto e all’angoscia. In quei momenti, abbiamo intuito “qualcosa” che, di solito, è capace di trasformare una massa informe e atomizzata in un organismo armonioso che, con grazia, determinazione e coraggio, può affrontare gli ostacoli, le avversità, le tragedie, “qualcosa” che muta un insieme di qualunquisti distanti fra loro in Cittadini che, lealmente e fermamente, perseguono uno scopo comune: il bene individuale e quello collettivo, per un attimo, sono diventati la stessa cosa. Insomma, abbiamo incarnato la buona politica! E non è stata una guerra ma una missione della quale tutti ci siamo sentiti portatori e attori. Siamo stati Popolo: umile, fiero, unito.

La seconda ondata ci ha spiazzati. Reduci da un’estate di immotivata e irresponsabile farfalloneria, illusi dal basso numero dei contagi registrati per un certo tempo, confusi da ambigui messaggi provenienti da talune voci “scientifiche”, disorientati da alcuni evidenti tentennamenti della politica, forse persino incattiviti (almeno noi lombardi) da clamorose e criminali idiozie, siamo esplosi e quel Popolo di primavera si è ritrovato ridotto a brandelli, a categorie, le une contro le altre armate.

Dimenticata l’equivalenza “bene individuale = bene collettivo”, abbiamo rimosso l’idea ( e l’ideale) di comunità, e abbiamo relegato a questione che non ci riguarda il sacrificio quotidiano di medici e infermieri, il dolore di chi ha perso una persona cara, i contraccolpi sociali e culturali della pandemia, chiusi e imbruttiti nel nostro particulare, tutti pronti a rivendicare diritti, senza riuscire più a intravedere nemmeno un dovere, al punto da continuare a dividerci senza vergogna persino di fronte alla straordinaria opportunità dei vaccini.
Ora, 1° gennaio 2021, contiamo i morti: 72.000 persone e l’unità nazionale.
Sperare che il nuovo anno possa rivelarsi il palcoscenico della rinascita appare come un’utopia.

In realtà, sono incline a credere che anche questa volta sprecheremo un’occasione, più o meno come abbiamo già fatto nel secondo dopoguerra quando, in men che non si dica, abbiamo rimosso il grande dolore del fascismo e dimenticato il sacrificio degli antifascisti, in nome di un benessere – sacrosanto – che presto si è trasformato in frenesia di possesso, in cecità verso chi restava indietro, in sordità per le grida di dolore degli esclusi, nazionali e mondiali, in egoista e criminale arroccamento su privilegi sentiti come non condivisibili.

Sperare che la tragedia del 2020 ci abbia lasciato un mondo migliore è vuota e ipocrita retorica, a meno che ognuno di noi si senta di nuovo chiamato a rispondere non solo a se stesso ma all’intera collettività, cambiando l’antico adagio in vita tua, vita mea, dove per vita intendo non solo una condizione di sopravvivenza, ma quell’insieme di circostanze in cui nessuno delega qualcun altro, in cui riconosciamo a noi stessi la bellezza della Responsabilià e della possibilità di affrontare con spirito di comunità il tempo che ci attende.

Manuela Zambenedetti

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 31 Dicembre 2020
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