Lacrime e rabbia, “ma a Varese giustizia è stata fatta per nonna Carmela”

Piangeva dietro le sbarre l'uomo accusato dell'omicidio dell'anziana nela sua casa di Malnate il 22 luglio di due anni fa: è stato ricondotto in carcere a Pavia. Le motivazioni della sentenza fra 90 giorni

«È stato difficile, complesso da parte mia mantenere la calma, ma giustizia è fatta. Almeno quella che ha a che fare con la legge. A livello morale, però, per noi non ci sarà mai giustizia. Spero che l’imputato stia in carcere, è lì il posto dove deve stare».

Piange Martina, la nipote di Carmela Fabozzi assassinata il 22 luglio del 2022 a Malnate dalla persona accusata di aver compiuto quel gesto, il conoscente Sergio Domenichini di quasi 68 anni, pregiudicato, balordo da furti e rapine, come lo aveva descritto lo stesso avvocato difensore Francesca Cerri, «ma non un omicida».

Invece la corte d’assise di Varese ha messo la sua condanna: ergastolo, afflitto da isolamento diurno per 9 mesi e tra 90 giorni si potranno leggere le motivazioni della decisione, così da eventualmente consentire alla difesa dell’imputato di valutare se esisteranno accettabili motivi d’appello. Le prove a carico dell’imputato sono ampie, pesanti, gravi e concordanti: il dna sotto le unghie della vittima a guisa di un’ultima difesa, le impronte (sebbene di mano sinistra mente Domenichini non è mancino) sul vaso diventato arma mortale, e la certezza che del giorno l’uomo fosse nel luogo del delitto. Piangeva Domenichini dietro le sbarre dopo la lettura del dispositivo.

Piangeva cioè nel momento peggiore, cioè quando un imputato vede poco a poco sparire la piccola folla di giudici togati e non, e di legali (che stanno dentro e fuori la corbeille dell’Assise varesina che si tiene in aula bunker dove pubblico e operatori del diritto sono divisi appunto da un recinto); un uomo che rimane solo, via via con meno persone intorno, con prima l’avvocato di fiducia che si allontana, poi rimangono i soli agenti di custodia che lo riaccompagnano in carcere dentro al blindato che lo conduce a Pavia (carcere dove è stato trasferito a seguito di un tentativo di gesto autolesionistico).

Un processo molto denso, da manuale di investigazioni dove una fitta udienza delegata ai Ris di Parma ha aperto il libro delle investigazioni moderne che si combinando col lavoro di grande esperienza fato dagli uomini e dalle donne del reparto operativo di Varese, il nucleo dell’élite investigativa che lavora con esperienza e intuizioni (vedi quella di «tamponare» le dita della vittima così da permettere di isolare travedi Dna estraneo a quello di Carmela Fabozzi, una vera e propria firma di un contatto che con poteva essere descrivibile come involontario con aggressore). Dunque l’appartamento che viene fotografato, passato al «laser», inserito in software appositi che descrivono per filo e per segno cosa può accadere in una stanza per lasciare quei segni di sangue sulle pareti, quale superficie ha pestato la suola di una scarpa prima di lasciare la firma invisibile ad occhio nudo ma invece riscontrabile con reagenti e luci.

Alla fine l’unica fra le aggravanti contestate non riconosciuta è stata quella dei motivi futili e abbietti e sarà necessario per questo valutare i ragionamenti giuridici alla base della decisione: fattori di tecnica e di procedura (che non vanno letti con la traduzione letterale del termine) che sono stati sufficienti però a far pronunciare la pena più alta per un omicidio volontario aggravato che, quando e se passerà in giudicato, rappresenta uno dei più gravi e cruenti fatti di cronaca di una provincia per nulla digiuna e dormiente da gravi fatti di sangue.

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Andrea Camurani
andrea.camurani@varesenews.it

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Pubblicato il 28 Febbraio 2024
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