“Ho donato un rene a mio marito e gli ho detto: ora è tuo, fanne buon uso”

Quando Renato Malnati ha scoperto che la sua unica alternativa alla dialisi era un trapianto, sua moglie Elisabetta Spagnolo non ha esitato a offrirgli uno dei suoi reni. La coppia, che vive a Schianno, racconta l'intervento affrontato il 28 novembre 2024 all'ospedale di Varese e la "nuova vita"

Intervista Renato e d Elisabetta Malnati trapianto reni (schianno)

Quando il medico ha spiegato che senza un trapianto l’unica opzione sarebbe stata la dialisi, Elisabetta Spagnolo – conosciuta da tutti come Betty – non ha avuto dubbi: per dare a Renato, suo compagno di vita da 30 anni, una nuova speranza, ha scelto di donargli un rene.

Una strada che alcuni definirebbero coraggiosa, ma che lei ha intrapreso come se fosse l’unica possibile: «Renato è mio marito, ma io non gli devo niente, non ho debiti con lui. Abbiamo condiviso una vita piena e felice. Lui è la mia parte razionale, quella che mi riporta alla calma quando sono impulsiva. Ho avuto paura? Certo, soprattutto poco prima dell’intervento, ma non mi sono tirata indietro».

Ora, seduti sul divano di casa a Schianno, Renato ed Elisabetta raccontano un’esperienza che, se possibile, li ha uniti ancora di più.
Renato Malnati, 60 anni, è consigliere comunale a Gazzada Schianno, lavora in banca ed è presidente di una società di motocross, il Moto Club Schianno. Elisabetta, 56 anni, è commessa nella gioielleria Borghi di Varese. La coppia ha una figlia, Giorgia, 23 anni, che studia ingegneria della sicurezza.

Intervista Renato e d Elisabetta Malnati trapianto reni (schianno)

Il 28 novembre 2024 hanno affrontato insieme un trapianto di rene tra viventi, un intervento che, pur non raro, rimane una testimonianza di altruismo e speranza.
«Vorremmo rassicurare chi si trova in una condizione simile alla nostra- dice Renato- Siamo la dimostrazione che è possibile affrontare un intervento di questo genere e tornare alla vita di sempre».

«Stiamo benissimo – continua – e Betty sta ancora meglio di me. È tornata al lavoro dopo solo quindici giorni dall’intervento. Io devo prestare qualche attenzione in più: sto facendo delle cure antirigetto con immunodepressori, ma oltre a questo non ho riportato alcuna conseguenza dall’intervento».

La diagnosi e la scelta
Tutto è cominciato una ventina d’anni fa quando Renato, per piccoli disturbi di poco conto, si è sottoposto ad alcuni controlli. Durante un’ecografia i medici scoprono che soffre di rene policistico: «Le cisti si formano all’interno, occupando lo spazio “vitale” del rene, alcune sono addirittura più grandi dell’organo stesso. Crescono e si moltiplicano e con il tempo compromettono la funzionalità dei reni». E così è stato anche per Renato. «A febbraio dell’anno scorso, era il 2024, il dottore che mi aveva in cura mi ha spiegato che la situazione era peggiorata e che, senza un trapianto, il mio destino sarebbe stato solo uno: la dialisi».

Una scelta non semplice. Si trattava di trovare un donatore compatibile o attendere una donazione da una persona deceduta, con tempi incerti. Ma il problema non era solo questo: «Purtroppo è una malattia ereditaria – spiega Betty – e proprio nello stesso periodo abbiamo scoperto che ne è affetta anche Giorgia. Così in quel momento, davanti al medico, mi sono offerta di donare un rene a mia figlia». La dottoressa Chiara Maggioni, del reparto di nefrologia, però l’ha rassicurata: Giorgia non ha bisogno di trapianto, la sua situazione è sotto controllo. Renato invece non può aspettare.

«A quel punto ho deciso – racconta ancora Elisabetta – Avrei donato uno dei miei reni a mio marito».
Comincia così un percorso durato solo alcuni mesi, ma fitto di esami e controlli per entrambi.

«Abbiamo lasciato l’ospedale di Tradate e il medico fantastico che mi aveva seguito fino a quel momento, il dottor Eugenio Cecchetti e ci siamo trasferiti, su suo consiglio all’ospedale di Varese», dice Renato Malnati.

Gli occhi di Elisabetta si illuminano quando parla dei dottori che li hanno affiancati: la sua energia si sprigiona e diventa un fiume in piena mentre elenca medici, infermieri, e gli addetti all’accettazione.

«Hanno avuto tutti una cura ed un’attenzione che non mi sarei mai aspettata– dice la moglie di Renato – Vorrei ringraziarli uno per uno perché senza di loro l’esperienza del trapianto non sarebbe stata così “serena” . Il dottor Marco De Cicco ci ha accolti, ci ha spiegato con pazienza tutto ciò a cui saremmo andati incontro ed è stato lui ad accompagnarci all’intervento».

Ci sono anche passaggi “burocratici” inevitabili. Renato ed Elisabetta vengono ascoltati dalla commissione regionale trapianti di Milano e poi dal giudice del tribunale di Varese: devono essere certi che quella di Elisabetta sia una scelta consapevole, senza costrizioni. Arriva il via libera.

«Ad agosto siamo partiti per una vacanza in Sardegna, solo io e lui – dice ancora Betty – ed è stata la vacanza più bella della nostra vita. Siamo stati bene, eravamo felici. Pronti ad affrontare insieme questa prova».

Al ritorno, dopo la lunga trafila degli esami medici («tutti a pagamento – dicono con amarezza – ma non c’era altro modo per accelerare i tempi. Questa è l’unica nota davvero negativa: noi abbiamo un’assicurazione, ma non tutti se la possono permettere») arriva il 28 novembre, giorno dell’intervento.

«Io ero già ricoverato da qualche giorno, Betty è entrata la sera prima. Eravamo in stanze diverse separate ma ci siamo mandati dei messaggi».

Elisabetta si commuove solo a questo punto del racconto: «Gli ho scritto: questo sarà il tuo rene, non il mio. Fanne buon uso. Da domani dobbiamo prenderci cura di noi».

Dell’intervento si occupa l’equipe del reparto di Chirurgia Generale d’urgenza e dei trapianti di Varese diretta dal professor Giulio Carcano.

«A mia moglie hanno rimosso il rene sinistro con la chirurgia robotica, un intervento poco invasivo – racconta Renato –. A me è stato impiantato all’inguine, lasciando i miei due reni intatti».
Intervento riuscito, e in pochi giorni entrambi sono stati dimessi.
«I miei genitori sono stati forti e coraggiosi – commenta Giorgia-. Tutti i miei amici me lo dicono ma io lo so che sono stati incredibili».

«Prima di entrare in sala operatoria ho detto una cosa a Giorgia – dice Elisabetta -: se qualcosa fosse andato storto, volevo che lei promuovesse una raccolta fondi per la ricerca. Il rene policistico non ha cura e anche se ti consente di vivere a lungo con serenità, ha un decorso che porta alla dialisi. Bisogna raccogliere fondi per accelerare i tempi della ricerca».

Elisabetta è tornata subito al lavoro, Renato dovrà attendere ancora un po’: deve terminare le cure, i controlli e non può stare in luoghi troppi affollati.

«Siamo sempre stati molto rigorosi con l’alimentazione -spiega Renato – E d’ora in poi dovremo esserlo ancora di più. Non possiamo affaticare i nostri reni, ma per il resto la nostra vita continua come sempre. Anzi meglio di prima».

Oltre alla gratitudine verso i medici, Elisabetta ha voluto ringraziare anche la sua famiglia, i datori di lavoro e gli amici più cari, Gabriella, Giuseppe, Raimondo e Daniela, che li hanno sostenuti in questo percorso. «Ci hanno dato forza e speranza – conclude –. Questa esperienza ci ha regalato una nuova prospettiva e una seconda vita».

 

Roberta Bertolini
roberta.bertolini@varesenews.it

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Pubblicato il 17 Gennaio 2025
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